Catalogo della personale al Monastero Santa Venera (Badia) di Castelbuono

Comincio a sentire la voglia
Di perdere il filo
Pensieri trovano posto
Nei voli imprecisi della notte.

Cosmica voce
Puntuale scandisci nel tempo
I muti sussurri
Non posso (o non voglio?) privare di vita
Qualcosa che nasce.

È un canto la voce che s’ode da quel
Divenire.

(Franco La Rosa, da Oltre il Monte)

Abituati come siamo a seguire di continuo quel sottilissimo “filo di lino” rappresentato inderogabilmente dalla linea della ragione, il filo della “logica” e della coerenza che si snoda attraverso i meandri del nostro percorso esistenziale quotidiano, non possiamo che trovarci smarriti in seguito all’invito a perderlo, invece, quel filo, seguendo piuttosto le suggestioni vagabonde e per nulla lineari – ma quanto più preziose! – del nostro immaginario fantastico.
Basterebbe poco, tuttavia, per scoprire che anche attraverso il regno dell’immaginario e per tutta la sua sconfinata “estensione”, si dipana un filo lucido, morbidissimo e un po’ sfuggente che potrebbe d’altra parte, se solo volessimo, lasciarsi seguire; un filo di seta, questa volta, come quello che il baco tesse per involgersi nel suo prezioso bozzolo – lo stesso che verrà impietosamente interrotto al momento della fuoriuscita della farfalla dalla crisalide: quando, cioè, non sarà più necessario alcun filo perché il “labirinto” ormai sarà ben visibile dall’alto.
Non a caso uno solo era il termine con cui gli antichi Greci designavano la “farfalla” e l’”anima”: Psychè. Un’antica voce popolare, infatti, diceva che, al momento di separarsi dal corpo, l’anima avrebbe proprio l’aspetto variopinto e leggiadro, i voli leggeri, delicati e “imprecisi” di una farfalla – e più volte l’arte pompeiana ha rappresentato Psiche svolazzante fra gli Amorini come una bambina dalle ali di farfalla.
Non a caso il nome attribuito all’insetto ormai compiuto, “perfetto”, è “immagine”; ed è proprio di “immagini”, immagini d’anima alate, palpitanti e sempre frementi, a lungo protette nel loro prezioso, elaborato e serico involucro, infine distrutto per consentire la vita, che parleremo – e non certo cercando di seguirle nella vaghezza del volo  apparentemente privo di meta, ma volando insieme a loro: non è forse, infatti, una “mostra” (dal latino monstrum), un insieme di prodigi, di terrifici segni celesti inviati dagli dèi per comunicarci il loro volere? Immagini d’anima; potremo anche dire “calchi” d’anima, se è vero che da sempre, nel mito e non, il “calcagno” è stato uno dei nostri punti vulnerabili – basta pensare ad Achille, o alla stirpe del serpente biblico strisciante nella polvere e sempre in agguato, pronto a mordere al tallone i discendenti di Eva. Oppure ad un’antica credenza dei Semang della Malesia, secondo la quale l’anima vola via dal corpo proprio attraverso quella parte di noi che ci permette di lasciare un’impronta, una traccia sulla terra, così come di starvi ritti, consacrandone l’unione con il cielo: il calcagno, appunto.
Chiunque abbia un’esperienza, anche vaga, del drammatico processo di formatura necessario per la realizzazione di una scultura in gesso, comprenderò perché il nesso etimologico fra “calco” e “calcagno” – parte vulnerabile per eccellenza, via d’accesso della morte o di fuga dell’anima – sia così suggestivo. Normalmente, infatti, per “calcare un’opera è necessario avvolgerla accuratamente come in una seconda pelle, in un sudario di gesso che poi verrà spaccato determinando la perdita temporanea dell’interezza dell’opera stessa, lacerata in due metà che ne costituiranno, appunto, l’impronta, il “negativo”. Solo in un secondo tempo, dopo avere riunito fra loro le due metà cave, vuote del peso della matrice sostituito da un leggerissimo velo di gesso, si procederà cautamente all’apertura della crisalide determinando quindi la nascita della candida e ancora umida, fragilissima immagine “positiva” in gesso.
Allo stesso modo, ciascuna delle opere esposte – “mostri” da “mostrare” per creare un ponte fra gli dèi e il mondo -, in qualsiasi materiale sia stata realizzata – rappresenta simbolicamente il vero e proprio calco “positivo” dell’interiorità dell’artista, l’impronta delle sue viscere; e ne con-tiene profondamente gli echi e le risonanze dell’anima come il calore pulsante del sangue – ricordiamo un altro tipo di “calco”, rituale, festoso, ancora non tanto lontano da noi da non poterne comprendere e sentire intimamente la sacralità: quello dell’uva per spremerne, raccoglierne e conservarne il succo dolce e prezioso, il “sangue della terra”.
Sconosciuta o semplicemente ignorata l’onnipresente finzione scenica dei nostri tempi, che riduce ogni realtà a spettacolo di cui essere attore o spettatore – che sostituisce alla luce del sole quella dei riflettori e ignora, umiliandolo, il candore lunare – le opere, queste opere, non parlano della persona nel senso latino di “maschera teatrale” da porre sul viso per amplificare la voce, ma del vero volto (“ciò che si volge”) di un uomo che non ha paura di mostrarsi, che non illude e quindi non delude – e che neppure elude, mettendosi a nudo al punto di consentire di penetrare, per così dire, “fisicamente”, all’interno delle sue opere, come nel caso della Piramide, l’ultima realizzata, abbastanza grande da poterci stare, e comodamente, in due.
Due come Adamo ed Eva disperati per la perdita dell’unità, o Filemone e Bauci colti invece proprio nell’istante in cui stanno per realizzare il sogno di un amore sacro ed eterno – due come i misteriosi custodi della Piramide, che silenziosamente ci ammoniscono a mantenere, ben celato e protetto, quel “segreto” che, solo, svelerebbe la via d’accesso all’Immortalità.

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