Catalogo della personale alla Galleria “La Tavolozza” di Palermo

Esistenza ed essere, pensiero e forma, storia e inquietudine sono le componenti di un’opera scultorea che per complessità di struttura interiore suscita stupore. Non si è dinanzi all’informale o a figurazione accademica, ma a realtà che sottende una assimilazione intellettiva e poetica della scultura di Lisippo e di Scopas e di autori moderni, rivissuti nel fare creativo di Salvatore Rizzuti. Un artista che media la spontaneità, insita nella natura di pastore agrigentino, con l’attenzione all’uomo, alla inquietudine e alla cultura contemporanea, le cui radici sono nel dramma greco. Se il soggetto della sua esperienza è riconducibile esteriormente alla risultanza di linee e di volumi, quello che egli traduce nella scultura è la percezione della vita attraverso i segni di processi e di eventi e soprattutto di angoscia quotidiana. Raccolto in un silenzio carico di pensieri antichi e di echi appartenenti al mistero cosmico, Rizzuti vuole penetrare l’alfa e l’omega, ora lasciandosi pervadere da emozioni e da sogni, ora tentando di pervenire nel profondo dell’essere, di fronte al quale sbigottito apre gli occhi di fanciullo uomo.
L’opera sua di scultore non è monumento celebrativo, né racconto, né veristica rappresentazione. E’ sintesi di una ricerca intenta a tradurre in significazioni plastiche momenti di verità umana e frammenti di storia. Alcuni dei piccoli bronzi, nella contorsione dei corpi, rivelano il dominio di una forma in espansione, altri nella silhouette della linea l’eleganza, altri il grido di una tragedia contenuta nella massa chiusa. Rizzuti sa di essere un artista “plongé” nello scandaglio dell’uomo e del mistero. Non possedendo però certezze, fa tutto per possedere la forza del dolore altrui che lo pone nella condizione di ricerca. Itinerario che parla di attesa e di incontri, di soliloqui e di voci nella volontà di raggiungere una perfezione di stile e di interiorità. Tuttavia la maturazione compositiva dello scultore balza evidente in queste opere in bronzo e in legno. La densità del bronzo riflette la luce corposa che nel legno diviene vellutata e serica. Materia calda il legno congeniale ad alcuni artisti del ‘900 come Fazzini, Attardi, Bodini, i quali nell’intaglio e nell’incastro evidenziano il getto movimentato e chiaro dei volumi. Anche Rizzuti predilige il frassino, l’ulivo, il carrubo che riesce a far lievitare in una continuità di linee fluide e nella levigatezza di forma divenute d’improvviso carne.  I legni si uniscono, nell’orchestrazione di tagli geometrici, alla vibrazione espressionistica delle venature. Nessuna pesantezza ma una esistenza organica, leggere e spirituale, è nello spazio. Anzi la scultura si trasforma in spazio, quasi impalpabile come l’atmosfera naturalistica che si insinua fra i muscoli del dorso dell’Angiò e fra le dita della giovane o scivola sui larghi piani della mitria pontificia e dei paludamenti, aperti all’assorbimento e al riflesso. E’ la vittoria sulla materia che si trasforma in immagine di idee e di verità.
Non tutte le opere hanno lo stesso valore. Ciò dipende dai periodi diversi di realizzazione, che sottolineano i salti inventivi di Rizzuti, il quale se da una parte riesce eclettico nel personaggio ellenico del guerriero, recentemente esposto, dall’altra dimostra maggiore purezza astrattiva nella statua del vescovo, la cui memoria si ricollega, per il tramite del plasticismo siciliano di fine seicento, all’arte medievale francese che ieraticamente vive nei prospetti delle cattedrali gotiche. Specie in questa figura episcopale, egli rifugge dai congegni di forze, ma evidenzia essenzialità di forme, cosciente, nella derivazione figurativa, che l’arte non è metafisica, ma ritratto dell’immanente, dell’onirico, del culturale e del trascendente. Perciò il dato obiettivo è trasfuso dalla poeticità dell’invenzione e della struttura che si innesta nello spazio animandolo in un’evocazione di pensiero e di dramma. Suggestione partecipativa non a moduli rappresi nel tempo e codificati in ripetitività, ma allo spirito della dimensione storica e metastorica dell’uomo, percepita liricamente nella nudità femminile delle baccanti, nella pienezza delle maternità slanciate e nell’involucro di masse inquietanti.
Benché le sue origini sono nel bozzettismo realistico-espressionistico meridionale, l’artista dichiara ben presto di volere trovare una sintesi di forma e di idea, di interiorità e di poesia. Dopo aver tentato con curiosità intellettiva l’avanguardia, egli perviene ad una tensione di volumi plastici in cui esiste compostezza dialettica di forze che si animano di azione e di pathos.
Con questa esposizione Rizzuti mostra di avere raggiunto con fatica e genio un interessante momento creativo, ma non si ferma. Resta aperto agli stimoli dell’intelligenza e della cultura per ancora di più riappropriarsi di quanto appartiene all’uomo e al mistero.

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