Catalogo della personale “Sculture” al Museo Civico “Palazzo della Signoria” di Caltabellotta

“Non è chiusa superbia il mio silenzio ma è coscienza che dilania il cuore…”
(Eschilo, Prometeo Incatenato)

Figlio delle rupi e degli ulivi che possiede e plasma, appare austero quasi imponente ma poi ne incontri lo sguardo intriso della brezza della creazione e dell’odore della passione, rendergli merito non è cosa semplice, bisognerebbe affondare le mani per conoscerne l’essenza.
Legato imprescindibilmente a una terra di fuoco e mare, incontro di due continenti altorilievo di un tempo triassico. Orogenesi del destino.
Le sue mani sapienti come agenti esogeni scavano, levigano, sfiorano la materia, massa informe della profondità dell’anima.
Il suo stile potrebbe dirsi “classico”, “rinascimentale” o “manierista” ma questa non è una questione di stile, i linguaggi sono molteplici complementari, ispirano l’artista non rispondono a una ricerca di riferimenti predeterminati ma a un’urgenza creativa.
“Questo tempo” dice lo scultore “mi appartiene ben poco” ma è proprio mentre ne prende le distanze che risponde a quel tempo a cui dichiara di non appartenere e che sovverte dal suo interno, ne diviene interprete scegliendo con consapevole nostalgia di risalire la corrente.
Si intercettano le nuove generazioni, i nuovi lessici artistici e si delegittima l’esperienza unica, il suo non è un percorso lineare è un alternarsi di prima e dopo, conosce, sperimenta si arresta e ritorna indietro, nessun formalismo le sue scelte sono dettate esclusivamente dalle emozioni.

“(…) un artista, vivendo accoglie in sé tanti germi della vita, e non può mai dire come e perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia per divenire anch’esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana …una vita che era la loro propria e non più mia,  d’una vita che non era più in mio potere negar loro”.
(L. Pirandello, Sei personaggi in cerca di autore)

La critica contemporanea spesso si sforza o forza una classificazione che in alcuni casi svilisce il fare artistico, nulla c’è di scientifico nella creatività, i sentimenti non si testano, le emozioni non si catalogano, non c’è passato non esiste presente ma è già futuro. L’arte è una necessità necessaria.
Il modus operandi di Salvatore Rizzuti è intrinseco alla materia; Eva Di Stefano nel 1983 di una sua opera disse: «ci sono dentro amore per la materia e una bella abilità di lavoro… e la volontà di  esprimere le possibilità del legno di essere plasmato e lisciato, reso superficie di valori tattili…», nel tempo l’artista acquisisce dimestichezza e le sue sculture divengono cangianti, amplesso coriaceo di rossi caldi, di verdi profumati e di profondi grigi protagonisti della giostra arborea della natura.
Le suggestioni si addensano all’interno della sua opera vivace, infaticabile, densa di rimandi: è un “viaggio” odori, immagini, sensazioni che già conosci ma che non sapevi di conoscere ed è proprio qui nel disordine della cronaca che trova ragione il suo lavoro.
Ho visto una statua in gesso nel suo atelier, ho idea che sia una donna!
È inquietante sigillata dalla stessa materia della scultura.
Sento l’urgenza di liberarla; perdo il respiro, mi assale l’angoscia è Il parto o la nascita? Fugge forse per la libertà?
È la lotta per la dignità: Donna gotica, Donna fenicia, Donna spezzata è la Grande madre, il volto celato dal drappo di Magritte fluido e avvolgente che asseconda le rotondità del corpo possente, madre di ogni madre e genitrice della progenie umana.
Il silenzio è la misura per approcciarsi alla sua arte.
Il silenzio, sospensione indefinita soggetta alle leggi del tempo, è il ritmo delle vibrazioni dell’anima, pianoforte che accompagna la musica dell’esistenza.
Un monito riecheggia: osserva!
Le sue opere sono sensuali, la luce impalpabile si poggia e scivola su di loro, le avvolge il mistero, le attanaglia il sogno, ancestrale è il messaggio, il funambolismo di Zeus paradigmatico. Forme di un’austerità addolcita, dimessa, quasi vittima, perfino nel momento più sferzante, quando i muscoli si contraggono la fisionomia resta commossa, nei Vespri le fattezze sono volutamente abbozzate, alterate, deflagrate da una violenza senza nome e sempre attuale.
L’opera commemora la rivolta popolare scoppiata in Sicilia nel 1282 contro i soprusi della dominazione angioina, in ragione dello “Ius primae noctis” prepotentemente arrogatosi dai soldati di Carlo. Gli storiografi sostengono che l’esito di quella rivolta apparentemente liberatrice fu solo un miraggio. E questo è comprovato dal desolato panorama della Sicilia nei lunghi anni successivi al Vespro, quando l’auspicio di un diverso modello di sviluppo e di organizzazione politica fu soffocato dal prevalere delle forze baronali e dal sostituirsi nell’isola della monarchia catalano-aragonese a quella angioina.
L’isolamento storico e morale della Sicilia è il segno più infelice dell’eredità del Vespro; è evidente alle corde emotive della società il degrado generale ed economico che consegue ad altre forme di supremazia, mafie e clientelismi borghesi, privilegi di pochi e sempre gli stessi “baroni” perennemente in rissa.
L’aura della sottomissione aleggia omertosa, improduttiva, non è ammesso affrancarsi, la diversità è congenita, è “’isolitudine” per dirla con Gesualdo  Bufalino.
Ma al tempo stesso l’isola è anche rifugio di poeti e sognatori che la nostra terra Arcadia del genio nostalgico nutre, gocce di fresca rugiada, unguento magico della creatività.
Riconoscere un artista e un Prometeo della società, eroe tragico simbolo dell’opposizione impavida e irriducibile e dell’amore per gli uomini, è una conquista è impegno consapevole e creazione di valori.
E allora si aprano le danze!
L’astante con silenzio partecipe comincia la sua “contro-danza” schiva, si schermisce, gira, inverte, sovverte, transita e attraversa per scoprire un ordine sempre nuovo e irripetibile, il movente è necessario linfa vitale per la sopravvivenza è il “fuoco della conoscenza”.
Dame e cavalieri, vapori profumi e suoni, risa soavi e coreografie dell’estro per un altro spettacolo della genialità: tarantella della libertà.

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