Salvatore Rizzuti e l’Amalgama dell’Arte

…quando vi troverete al cospetto di Dafne (1978), viso a viso, i suoi occhi dentro voi, sentirete con certezza di cosa è fatta l’arte di Salvatore Rizzuti. Saprete, anche senza aver compreso, poiché spiegazione non occorre, che la materia si è fatta forma sublimandosi in bellezza. Non sarà necessario chiedersi “il come” ed “il perché”. La sua Arte avrà già avuto ragione di voi e vi sorprenderete in stati d’animo che non sapevate di avere.
Tuttavia sarete solo all’inizio dell’esperienza poiché ogni creatura del Maestro troverà una via per soggiogarvi. Sarà la grazia della sua Annunciazione (1991), oppure saranno le labbra di Persefone (2001), o le sue narici, i capelli di Fenicia (2004), il tenero sonno del Minotauro (2009), o l’effigie della Melancholia (2009). Questo per quanti sono i più “sensuali”. I più “cerebrali”, invece, saranno catturati dal mito o dalla storia, “sostanze” (substantia, sottostanti) da cui l’artista attinge a piene mani.
Se non tutte le qualità, l’una o l’altra, prima o poi, riuscirà a penetrarvi regalandovi l’intimo piacere della bellezza. E che bellezza: classica, fiera, forte, serena anche quando è impetuosa; “…come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie” (J. J. Winckelmann, 1755).

Missione compiuta!
Obiettivo raggiunto: ora la sua arte è dentro voi e avrà un posto speciale nel bagaglio della vostra esperienza.

Lectio Magistralis!
Lezione perfetta, data senza urlare, senza enfasi o retorica, perfino senza tesi o teoria.
Troppo facile? Attenzione, allora, che a guardar bene, le cose si complicano: c’è tanta tecnica, enorme maestria, conoscenza delle scuole e dei maestri di ogni tempo e… del nostro tempo. Studio dei Classici, della filosofia, della mitologia e della teologia, numerologia, pratica delle proporzioni, matematica e geometria, percezione di valori e disvalori.
Come il legno o l’argilla anche le “discipline”, i “saperi” e le “cognizioni” sono sostanza del fare artistico. Un fare arte che sovrappone significati in “strati” mettendo insieme materia bruta e forma pura, ragione ed emozione, carne e spirito, sacro e profano.
Ogni diade, ogni dicotomia, si ricompone nella monade della creazione primigenia per mano dell’artista e rivela l’essenza della bellezza e il mistero dell’Arte.
Questo fa Rizzuti: combina le “sostanze” (materiali, come il legno; immateriali, come il mito o la fede) e dall’amalgama di queste estrae “il bello”, unica vera ragione dell’Arte. Proprio questo fa l’artista. Come in Noli me tangere (2010), ultima sorprendente sua creatura. Bassorilievo bifronte: una faccia figurativa ma astratta (definiamola “fronte”), l’altra informale ma concreta (la si chiami “retro”). La prima sembra accessibile, comprensibile. La seconda appare invece inestricabile, incomprensibile. Ci si può fermare qui, sulla superficie (al primo strato), e c’è già tanto. Semplicemente potrà piacere o non piacere. Oppure potrà piacere e insieme non piacere (un lato è bello e l’altro è brutto) e saremmo già alla sintesi degli opposti, alchimia del bello e del brutto, materia maneggiabile solo dagli artisti; appunto. Ma le cose non sono come sembrano. Noli me tangere (non mi toccare), in psicoanalisi, è una locuzione che descrive il tabù del contatto (tra i sessi, tra estranei, tra diversi). Una donna sembra respingere pudicamente un uomo. Questa lettura potrebbe rappresentare un secondo significato dell’opera (siamo ora al secondo strato). Noli me tangere, però, è soprattutto il noto episodio evangelico: Maddalena incontra Gesù appena risorto e, non avendolo riconosciuto, leva una mano come per toccarlo. Gesù allora esclama “Non toccarmi, perché non sono ancora salito al Padre mio” (oppure dice “…non trattenermi…” secondo una più recente interpretazione della C.E.I.). Questa sarà per secoli allegoria del pudore e ciò non possiamo ignorare giacché il tema è stato trattato dai più grandi artisti di sempre (Duccio, Giotto, Beato Angelico, Botticelli, Tiziano, ecc…) e, tra questi, da Antonio Corradini (Venezia, 1668 – Napoli, 1752). Rizzuti lo sa bene e… la sa lunga! Corradini scolpì l’episodio in un bassorilievo del basamento della sua Pudicizia velata nella Cappella di Sansevero, a Napoli, dove fa il paio all’incredibile Cristo velato di Giuseppe Sanmartino (Napoli, 1720 – 1793). In quel contesto, concepito su programma di Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero (Torremaggiore 1710 – Napoli 1771), inventore di macchine anatomiche e di altre meraviglie, l’episodio evangelico assume un significato esoterico ed iniziatico. La verità (la conoscenza o la sapienza) passa attraverso la morte e la resurrezione: la verità è sempre velata. Anche Rizzuti mette un velo nel suo Noli me tangere e lo mette anche alla scultura che lo precede, Grande Madre (2009). Coincidenze? Citazioni? E questa è una terza lettura che ne comprende anche una quarta (terzo e quarto strato). Fin qui la lettura del lato frontale, quello figurativo e comprensibile ma ora si spiega, finalmente, il “retro”, il lato informale e incomprensibile. Siamo al quinto strato, quello finale (o iniziale?). Il “retro” è la materia bruta nel suo stadio iniziale e finale, mentre si compone, o si scompone, prima di diventare arte o dopo esserlo stata. È nascita, è morte, è resurrezione. Sostanza materiale e sostanza immateriale: l’amalgama è composto. Il cerchio è chiuso. È nata l’Arte!

Allora, quando vi troverete al cospetto di Dafne, viso a viso, i suoi occhi dentro voi, sentirete con certezza di cosa è fatta l’arte…

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