Catalogo della personale alla Galleria “La Ginestra” di Sciacca

Salvatore Rizzuti non è un personaggio comune. Dovrei dire anzi “Totò” Rizzuti, come lo chiamano tutti gli amici. E “Totò” è un nome che più gli si addice, per quella sua spontaneità, per una sorta di aggressività, anche se tale termine non è esatto a causa di una certa qual dolcezza che ti avvince, meglio per la autenticità che lo caratterizza e che percepisci non solo dalle opere, ma dall’individuo che ti guarda con occhio particolare, pronto ad accoglierti, ma chiuso come un riccio, sempre difficile da afferrare, perché proviene da un ambiente “diverso” e legato ad un mondo che forse non sei in grado di cogliere.
Totò è nato nel 1949 a Caltabellotta, tipico paese dell’entroterra siciliano arroccato alla montagna a circa 800 metri di altitudine, il cui nome, dall’evidente etimologia araba significa “rocca delle querce”; reso famoso dalla ribellione degli schiavi e soprattutto dalla pace del 1302 che metteva fine alla sanguinosa guerra del Vespro, l’agglomerato, di poco più di 5000 abitanti, ha conservato tradizioni popolari che la civiltà dei consumi non è riuscita ad intaccare (e speriamo non ci riesca mai).
Totò appartiene a quella terra rude di contadini e di pastori e  non nasconde tale sua origine; anzi, ne trae motivo di vanto ed ha ragione. Per molti anni, è stato pastore, custode di un gregge che portava a pascolare sulle pendici di quelle colline ove sono serbati tuttora i segreti di antiche civiltà non ancora delucidati, poiché i pochi scavi effettuati hanno gettato più confusione che chiarezza sulle qualità, le consuetudini e le virtù dei popoli che si sono contesi i territori di questa parte dell’Isola.
Nelle solitudini dei pascoli, Totò Rizzuti ha subito capito di non potersi limitare a determinate esigenze immediate di pura sopravvivenza; si è quindi aperto agli effluvi misteriosi così bene espressi da Elio Vittorini ne “Le città del mondo”.Erede di antichissime e scomparse civiltà, ha percepito d’istinto non dico la religiosità, bensì il misticismo semplice e spontaneo di chi afferra fino in fondo la natura e le sue manifestazioni, gli dèi e le potenze occulte, tutte le forze e le debolezze, ciò che fa contorcersi il tronco dello ulivo, gridare al vento la “pala” del ficodindia, ingiallire sotto il sole cocente le erbe provvidenziali ma effimere, spuntare dal suolo arso le pietre brulle e tormentate, vivere gemendo questa terra inafferrabile eppur sempre presente ed ossessiva.
Nel suo animo è sgorgato un impeto irresistibile che ha vivificato ed animato le sue mani: incapace di contenere gli slanci eterogenei del proprio cuore, ha cominciato ad incidere con un umile coltellino, così come comandano le migliori tradizioni ancestrali, i bastoni dei pastori, ricavandone gli oggetti più curiosi : lance e spade, o abbozzi di leggende e di deità a lui tramandate dai racconti popolari.
Quindi, ispirato dai grovigli delle radici di alberi contorti abbarbicati alle falde dei monti, dalle proprie ispirazioni nebulose e contrastanti, si è messo a modellare, a scavare, ad incidere, a scolpire con forza genuina, scevra da ogni influenza, tutti i materiali che gli capitavano sotto mano per esprimere, al di fuori di qualsiasi schema convenzionale, i propri sentimenti e sensazioni, gli aspetti  sinceri della sua visione del mondo, la forma di un animale, l’impressione di un’alba o di un tramonto, le suggestioni fantasiose di un universo in divenire, chiuso ed aperto nel contempo.
Capitato successivamente a Palermo per completare gli studi artistici, Totò Rizzuti non si è lasciato contaminare dalla giungla di cemento né contagiare dalle febbri commerciali dove la sua facilità di realizzazione, quella capacità innata di piegare la materia – sia essa legno, pietra tufacea o marmo – ai propri voleri, gli avrebbe consentito immediati guadagni. No, è rimasto “Totò”, l’amico semplice e schietto, spaventato anzi da ogni forma di pubblicità che, valorizzando il suo talento, lo potrebbe distrarre o modificare.
Alcune mostre, piuttosto episodiche, a Sciacca, Caltabellotta e Marineo, col successo che hanno riscosso, non gli hanno affatto montato la testa. E’ rimasto se stesso con la sua forza, i suoi problemi: egli scava infatti con rara intensità nell’intimo dell’essere, sia dell’individuo che degli oggetti, della natura, del proprio paese natìo. I suoi disegni non sono per nulla “di maniera”: appaiono addirittura “scorticati”: vediamo infatti personaggi tormentati le cui membra sono scuoiate, con l’intreccio spaventoso dei muscoli, delle vene sporgenti, le cui bocche gridano, le cui mani sono aggrappate alle sbarre di un tremendo destino, i cui corpi si contorcono in un dolore e in un’angoscia straziante, mai placata né placabile.
I Cristi sono emblematici, conficcati a quelle croci che sono alberi spuntati sgorbi e con radici penzolanti nel vuoto da un suolo arido ed ingrato. I destini umili o sconvolti dalle quotidiane disgrazie o dalle perenni sofferenze vengono illustrati da quei tratti incisivi della penna ove la forza primitiva traspare, non plasmata da gusti estetizzanti ma totalmente tesa ed impregnata da un vigore interiore che non sa allentarci, che esprime con assoluta indipendenza miriadi di tormenti e di dolori, del tutto inadatta a piegarsi a certi accademismi. Si pensa a quella malinconia peculiare degli antichi popoli dell’Isola, a quelle radici semisepolte che sopravvivono in alcuni canti popolari.
Si percepisce cioè un legame veritiero con una natura che invano si tenta di camuffare o di sfruttare, con un popolo che vive su e da questa terra assolata, subendone, ma non passivamente, i capricci dolorosi e le terribili fantasie.
Non vogliamo attardarci a commentare dettagliatamente i disegni o le sculture di Totò Rizzuti: ci sembra fuori luogo e superfluo. Occorre soltanto guardarli con occhi sinceri come quelli suoi e riflettere pacatamente: tutto diventa chiaro senza ostacolo di vane parole. Ci limitiamo pertanto a citare un antico detto prettamente “siculo”: “Di l’opira si cunusci lu mastru…”

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