Catalogo della personale alla Galleria “La Tavolozza” di Palermo

Una presentazione: per quel che vale! O per quel che ha perso di valore nell’uso corrente delle artistiche attività, e che riguarda ormai soltanto la routine delle mostre, delle gallerie, dei critici, degli artisti e del pubblico (perché no!), che, oggigiorno, per l’uso indiscriminato e per l’abuso che se n’è fatto, è diventata poca e povera cosa, come moneta inflazionata che va perdendo valore. La presentazione, quelle abituali due cartelle dattiloscritte a forma di saggio o nei casi più ipocriti sotto forma di lettera (che vilmente attribuisce all’artista la responsabilità o la mancanza i discrezione d’aver divulgato un giudizio privato, un segreto epistolare) viene richiesta dagli artisti ad un critico più o meno illustre, ad uno scrittore, ad un poeta o ad altro artista affinché questi, con le sue parole ed i suoi argomenti ne avalli le opere. E perché le spieghi al pubblico (quando le opere sono per l’appunto, come spesso accade, incomprensibili lo sono proprio per le presentazioni). E viene compilata, tutto sommato, per esaltare, interpretare, divulgare l’opera di un artista.
Nulla di tutto questo stavolta è avvenuto. Manca del tutto la figura del critico: l’artista non ha chiesto niente a nessuno. Né forse, alla fine, ci sarebbe alcun bisogno di esaltare, interpretare, spiegare le opere di Salvatore Rizzuti: perché ognuno, se lo vuole, può facilmente capirle e giudicarle da sé; sono infatti opere chiare e possenti ed il loro linguaggio è di per sé  inequivocabile e perentorio.
Ma su di esse tuttavia e sul loro autore forse giova fare un discorso, un discorso preliminare, scrivere questa “presentazione” se non altro per presentarlo.
Sono stato d’altronde io stesso, ed ho constatato, giunto ormai alla maturità, che questa è la prima volta che mi capita – un fatto abbastanza raro, cioè – sono stato dunque io stesso a chiedere ad un giovane artista di presentarlo. L’onore di presentarlo, come si suol dire. Ed è oggi appunto con emozione e con fierezza che voglio presentare Salvatore Rizzuti al pubblico, ai siciliani, in occasione di questa sua prima mostra personale: perché so di presentare un giovane scultore di grande talento di cui il suo paese, questa città, quest’isola presto saranno fieri ed orgogliosi.
La sua è una storia esemplare: come nella leggenda di Giotto, Salvatore Rizzuti è anche lui un pastore. Fin dall’età di nove anni, in quella specie d’Arcadia che sono le montagne dell’agrigentino, sta dietro al suo gregge con mestizia, una mestizia che conserva e che conserverà sempre sul suo volto aggrottato e nello sguardo velato di tristezza. ma stando dietro al gregge insegue anche un sogno, indistinto, impalpabile, imperscrutabile. E’ un sogno o forse già un’idea che non si concretizza facilmente, che non riesce neppure a prendere forma, ed è il caso di dirlo per un futuro scultore. E neppure ad intravedere l’imbocco di una strada o a concepirne l’essenza, le modalità d’una possibile realizzazione. Forse tenendo nella mano il sasso da scagliare (come Davide?) ne tastava inconsapevolmente la forma, ne andava individuando le forze spontanee che sprigionava “in nuce“. Perché nella sua natura c’era quell’istinto innato, quella spinta irresistibile, quella febbre che gli imponeva, fin da ragazzo, di scolpire, di sbozzare, di incidere ogni sasso che andava trovando per strada, ogni legno, perfino le ossa delle bestie che biancheggiavano sulla montagna. “Et in Arcadia ego“.
Da bambino si costruì una spada, triangolare ed istoriata, una spada di foggia greca. Certamente più che la fantasia o la cultura, un istinto atavico gli fece ideare una spada greca, greca come quella del Pelide Achille. Per una parentela, per una atto di cittadinanza, per una naturale appartenenza alla patria della scultura? Ma certo fu una spada diversa da quella che si sarebbe costruita un bambino di città, di forma se non proprio barocca certamente risorgimentale, garibaldina o sabauda che sia.
Nell’infanzia scolpì anche un trionfo; un piccolo trionfo arcaico ed ingenuo nel quale un idolo o un condottiero o comunque un eroe sovrastava un’ara sorretta da quattro colonnine con tanto di capitelli corinzi. Il tutto cavato da un sasso, da una sola pietra, senza aggiunte, senza appiccicature, senza trucchi: dal punto di vista tecnico un prodigio. Pochi altri oggetti sopravvivono di quell’epoca. E si può quindi presumere che altri lavori dell’età giovanile certamente arcaici, necessariamente arcaici, perché scaturiti da una condizione di vita e quindi da una cultura arcaica, siano andati distrutti o dispersi. Pietre destinate all’erosione dei venti o legni votati a marcire sotto la pioggia. Un velo si stende su quegli anni oscuri, come se fossero rimasti avvolti dalle nebbie che avviluppavano la montagna o da un mistero ancora più fitto coperto dal suo malinconico e severo riserbo. Dal riserbo che non era soltanto quello del bambino, dell’adolescente, del ragazzo che per anni ed anni ha conosciuto il sacrificio, la solitudine, il freddo, forse anche la fame; ma che contemporaneamente covava un’idea prepotente ed insieme straordinaria e che per anni ed anni se l’è tenuta gelosamente in pectore, nel cuore, fino allo scoccare della maggiore età. Con quali pene, con quali apprensioni, con quali dubbi, non lo sapremo mai. Fino a quando cioè si poté permettere il lusso della libera scelta di farla scoccare quell’idea, come una freccia, dopo tutta la tensione dell’arco corto della sua vita. E la freccia vibrò nel tronco sul quale si confisse, infondendogli vita anziché morte, una vita sua propria, la vita misteriosissima che l’arte infonde alle cose.
Salvatore decise così di divenire scultore, come se si fosse finalmente compiuto  un incantesimo o avverata una profezia. Ineluttabilmente. E come per un incantesimo quel magma che uscì dall’esplosione della sua vita prese la forma umana, tremendamente umana. Fu l’esplosione d’un talento. Un teschio scolpito in pietra lavica, terribilmente nero, terribilmente violaceo segnò, come un tremendo paradosso, questo atto di nascita: il magma che si solidificò sulla morte diede impulso alla sua vita di artista, paradossalmente gli fece da ossatura.
Sono trascorsi altri anni di oscuro lavoro nella periferia della città in una stanzetta angusta nella quale su andavano accumulando le opere che produceva. Quasi che i suoi stessi incubi, gli incubi del passato, le storie di violenza, la sua stessa storia si materializzasse e prendesse forma nella pietra.
Salvatore scolpisce – e la si può proprio dire questa parola, perché lui non modella ma scolpisce la materia -, cava dal marmo le figure tormentose di violenza, i volti digrignati dall’orrore, dallo spavento, bocche urlanti, mani rattrappite, artigliate, rapaci. Cominciò a cavare dalla materia con una straordinaria perizia che non poté  venirgli che dall’istinto, poiché non vi fu scuola che lo istruì, le tragedie umane, dando vigore all’espressione travagliata dell’uomo, ai tratti duri dei volti, ai muscoli scattanti del corpo, alle braccia dai nervi tesi e dalle vene scoppianti di pulsioni segrete. Dal marmo freddo cominciarono a vibrare le passioni cocenti degli infiniti drammi dell’uomo.
Inizia a scolpire i tronchi degli alberi stagionati, le radici contorte, ogni legno le cui forme suggeriscano una movenza e ne individua di volta in volta l’iconografia del suo soggetto dalle forme che la natura ha generato per caso sull’albero piegato dal vento o dai suoi umori sotterranei; ne sbozza le forme intuendone le fattezze, individuandone l’anatomia, accettando il suggerimento segreto della vita della pietra, che è vita tuttavia, come la vita umana. Ed alla fine, scolpita l’opera, ne leviga i muscoli con la perizia del massaggiatore d’un atleta di Maratona.
Spesso le ossa dello scheletro ideale dell’opera scolpita, quello scheletro che nell’opera manca, le costole, le anche, lo sterno, i gomiti e i ginocchi sporgono, “escono” in corrispondenza dei nodi del legno come se una regola misteriosa della coincidenza in natura ne facesse corrispondere i nodi con gli snodi. Altre volte le venature del legno si attorcigliano in spirali voluttuose come per accentuarne il disegno attorno ai seni sensuali, al ventre gravido o al pube, quasi fossero le curve di livello d’un’altra misteriosa topografia dei corpi. In certe opere la base è costituita dalla circonferenza naturale del tronco per significarne l’origine e per dimostrare come una creazione, quella artistica, appartenga ad un’altra creazione, a quella della natura.
Esili figure che forse sono anche più esili come sculture, e si snodano nella perfezione anatomica in posizioni forse troppo eleganti, troppo slanciate, troppo leziose dopo tanto vigore. Dopo l’adesione spontanea, istintiva e incondizionata di questo scultore al mondo universale di Michelangelo, mediato attraverso un gusto romantico colto, sofisticato, fra Boecklin e Von Stuck, le cui origini culturali restano quindi davvero inspiegabili.
Sono però i pezzi a grandezza naturale, quelli a misura d’uomo, i più straordinari. Scolpiti nel cipresso, nel noce o nell’ulivo. Ma da un tronco di carrubo Rizzuti ha cavato il suo capolavoro: uno stupendo Cristo, maledicente, finalmente irato, urlante. Un Cristo che sotto i colpi della sgorbia, quasi sotto i colpi di un’altra flagellazione, ma in effige stavolta, ha ripreso come in uno di quei veri o falsi miracoli di cui parlano le cronache popolari, a sanguinare. Chiunque lo vedrà!
In realtà, saltata la scorza dell’albero, nel vivo del tronco messo a nudo è apparsa una vena del legno ampiamente macchiata dal rosso nerastro del frutto del carrubo, dal succo delle bacche stritolate e spremute dalla crescita della pianta. E nel color rosso di questo sangue rappreso si è potuto intravedere, più che un autentico miracolo, un segno, il segno della predestinazione toccata all’artista, la magica verifica del suo destino a cantare le tragedie dell’uomo, un altro miracolo profano.

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