Rizzuti

La prima scultura che attira (ma non è la sola) alla mostra di Salvatore Rizzuti alla “Tavolozza” è un Cristo in legno di carrubo. La mano destra aperta a ventaglio, il braccio teso in uno slancio che rilancia l’urlo dell’uomo, le macchie sanguigne connaturate allo stesso tronco, gridano con eguale passione. L’albero, quando era vivo sulla terra, apparteneva alla natura, ma ora è diventato simbolo di una verità umana. Per via di un “togliere” michelangiolesco Rizzuti gli ha dato un’anima, un’espressione, un’esistenza diversa. E nel farlo ha lasciato infatti i nodi e le vene del legno nel percorso naturale del corpo.
Non si pensi che questa operazione a colpi di sgorbia, mentre la mazza liberava le fibre non necessarie a dare una forma compiuta, sia solo di semplice istinto. E’ vero che lo scultore “vede” nella materia (legno, marmo, pietra, terracotta) il filo di un pensiero preciso, la figura che poi prenderà sostanza, ma appare altrettanto vero che i segni e i modi gli appartengono, soprattutto, per via di una realtà creativa. La quale sovrasta e prevale su ogni altra ragione. Il suo modo di essere è quello di farsi suggerire la prima emozione e di seguirla, scavarla e ricavarla poi, intatta il più possibile, dalla sostanza di partenza. E la laboriosa gestazione, alla fine, non conserva più traccia della lunga operazione di recupero.
Rizzuti è nato pastore, origine che ha conservato come il segno di un destino e insieme come verità sociale da non dimenticare. Da quel segno gli viene l’intuizione diretta della natura, il dolore quale principio della padronanza di se stesso e in più con un senso del mistero. Per questo è riuscito a penetrare tra i solchi delle radici e le ha portate alla luce con l’anima ancora rapace di ascoltare le voci di dentro. Un’anima semplice ma non elementare, con gli occhi aperti sul mondo per scrutarlo e indagarlo dove agli altri appare tortuoso e impenetrabile. Se riuscirà a conservare i fili preziosi di tante immediatezze istintive, potrà ancora raccogliere molte essenze non comuni.
Bruno Caruso, presentandolo in catalogo con affettuosa partecipazione, ha soprattutto ascoltato il sentimento dello scultore, al di là di ogni giudizio estetico. Ed ha intuito i modi e i segni della sua predestinazione.

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