Dall’arcaico (e dal sacro) l’urlo del presente

Nelle mostre di Cattania e Alechinsky, di Fontanella e Rizzuti, di Camplone e Nazzaro

Dall’arcaico (e dal sacro) l’urlo del presente

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SCULTURA – […] Per Salvatore Rizzuti, già pastore agrigentino e oggi scultore (non modellatore) generato dalla natura, come urlo di eventi remoti (e perciò nato arcaico per la visione del tempo e per il respiro della cultura), non si può parlare di metamorfosi, anche se dalle cavità naturali e dalle vene del legno ricava i sedimenti di memoria e gli urli di una passione mai sopita. E ciò in quanto Rizzuti, la cui opera è presente alla galleria Ca’ d’oro con l’avallo di Bruno Caruso (che giustamente lo impone, non lo presenta criticamente), aggredisce il legno, sia esso di frassino, ulivo, cipresso, finanche un tronco di carrubo, con una tensione così densa di umana partecipazione da trasmodare in ribellione e protesta.
Il suo appiombo plastico non rinnega l’immagine come volume e stasi della scultura, ma l’avvolge, la permea, forse meglio, la scuote con una prorompenza che non annulla l’anelito, sotteso alla solennità, e non mortifica le pieghe segrete da cui le angosce, i dolori, il dramma dell’uomo fuoriescono come il respiro del tempo nei vecchi ulivi svuotati e cavi. E qui si coglie, pur nella rabbia di quel Cristo maledicente, il senso prepotente e tangibile di una sacralità (dalle vecchie figure arcaiche è nata la sacra solennità di certi suoi recenti legni, che inducono Caruso a parlare di “capolavoro”), mai offuscata dalla ribellione e peraltro non intaccata dalla crudezza antropomorfica: presenza ineludibile e che, come ebbe a scrivere Testori, nessuna vergogna estetica o politica potrà mai sopprimere nell’uomo, anche (e soprattutto) in quello di oggi.
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