Il pastore vide alberi e pietre e li scolpì

Tra le strutture della vita economica, gli organismi della natura, gli strumenti della cultura materiale e del lavoro manuale, e le forme che usiamo chiamare “artistiche” agisce una corrispondenza, come in un sistema in cui tutti gli elementi si richiamano, direttamente o indirettamente. E, tuttavia, fra l’arte e le altre “funzioni” del sistema il parallelismo non è meccanico, nel senso che la forma artistica non è il riflesso automatico della altre forme (naturali, sociali e culturali). L’arte, anzi, si istituisce come “un di più” rispetto allo stesso sistema, in cui ha radici e da cui assume analogie, ma di fronte al quale di specifica con distintive peculiarità. L’arte è spesso trasformazione.
Questa è la prima riflessione che suscita la mostra di Salvatore Rizzuti alla galleria La Tavolozza (presentata da un testo di Bruno Caruso). Sono una trentina di sculture di varie dimensioni che (Michelangelo insegna) fanno emergere volti e corpi dolorosi dalla materia grezza: in questa sono tangibilmente incorporati ma da questa, al tempo stesso, si liberano, modificando l’amorfo in immagini elaborate secondo alcuni prototipo della storia dell’arte.
La materia, in prevalenza legno, si collega a certi modi del lavoro economico di una società agraria a cui Rizzuti (pastore fino a diciotto anni) è appartenuto, derivandone gli strumenti. Ma l’intervento dell’artista ne opera la metamorfosi ed evidenzia, nel contempo, sia il parallelismo (con ciò che precede l’arte e le sta accanto) sia la reinvenzione singolare in arte compiuta. Impressionante, in questo senso, il monumentale Cristo-albero.

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