Giornale “L’Ora”

La sua è una storia esemplare: come nella leggenda di Giotto, Salvatore Rizzuti è anche lui un pastore. Fin dall’età di nove anni, in quella specie d’Arcadia che sono le montagne dell’agrigentino, sta dietro al suo gregge con mestizia, una mestizia che conserva e che conserverà sempre sul suo volto aggrottato e nello sguardo velato di tristezza. ma stando dietro al gregge insegue anche un sogno, indistinto, impalpabile, imperscrutabile. E’ un sogno o forse già un’idea che non si concretizza facilmente, che non riesce neppure a prendere forma, ed è il caso di dirlo per un futuro scultore. E neppure ad intravedere l’imbocco di una strada o a concepirne l’essenza, le modalità d’una possibile realizzazione. Forse tenendo nella mano il sasso da scagliare (come Davide?) ne tastava inconsapevolmente la forma, ne andava individuando le forze spontanee che sprigionava “in nuce“. Perché nella sua natura c’era quell’istinto innato, quella spinta irresistibile, quella febbre che gli imponeva, fin da ragazzo, di scolpire, di sbozzare, di incidere ogni sasso che andava trovando per strada, ogni legno, perfino le ossa delle bestie che biancheggiavano sulla montagna. “Et in Arcadia ego“.
Da bambino si costruì una spada, triangolare ed istoriata, una spada di foggia greca. Certamente più che la fantasia o la cultura, un istinto atavico gli fece ideare una spada greca, greca come quella del Pelide Achille. Per una parentela, per una atto di cittadinanza, per una naturale appartenenza alla patria della scultura? Ma certo fu una spada diversa da quella che si sarebbe costruita un bambino di città, di forma se non proprio barocca certamente risorgimentale, garibaldina o sabauda che sia.
Nell’infanzia scolpì anche un trionfo; un piccolo trionfo arcaico ed ingenuo nel quale un idolo o un condottiero o comunque un eroe sovrastava un’ara sorretta da quattro colonnine con tanto di capitelli corinzi. Il tutto cavato da un sasso, da una sola pietra, senza aggiunte, senza appiccicature, senza trucchi: dal punto di vista tecnico un prodigio. Pochi altri oggetti sopravvivono di quell’epoca. E si può quindi presumere che altri lavori dell’età giovanile certamente arcaici, necessariamente arcaici, perché scaturiti da una condizione di vita e quindi da una cultura arcaica, siano andati distrutti o dispersi. Pietre destinate all’erosione dei venti o legni votati a marcire sotto la pioggia. Un velo si stende su quegli anni oscuri, come se fossero rimasti avvolti dalle nebbie che avviluppavano la montagna o da un mistero ancora più fitto coperto dal suo malinconico e severo riserbo. Dal riserbo che non era soltanto quello del bambino, dell’adolescente, del ragazzo che per anni ed anni ha conosciuto il sacrificio, la solitudine, il freddo, forse anche la fame; ma che contemporaneamente covava un’idea prepotente ed insieme straordinaria e che per anni ed anni se l’è tenuta gelosamente in pectore, nel cuore, fino allo scoccare della maggiore età. Con quali pene, con quali apprensioni, con quali dubbi, non lo sapremo mai. Fino a quando cioè si poté permettere il lusso della libera scelta di farla scoccare quell’idea, come una freccia, dopo tutta la tensione dell’arco corto della sua vita. E la freccia vibrò nel tronco sul quale si confisse, infondendogli vita anziché morte, una vita sua propria, la vita misteriosissima che l’arte infonde alle cose.
Salvatore decise così di divenire scultore, come se si fosse finalmente compiuto  un incantesimo o avverata una profezia. Ineluttabilmente. E come per un incantesimo quel magma che uscì dall’esplosione della sua vita prese la forma umana, tremendamente umana. Fu l’esplosione d’un talento. Un teschio scolpito in pietra lavica, terribilmente nero, terribilmente violaceo segnò, come un tremendo paradosso, questo atto di nascita: il magma che si solidificò sulla morte diede impulso alla sua vita di artista, paradossalmente gli fece da ossatura.

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