Dall’Accademia alla sperimentazione di nuovi mezzi espressivi

A Palermo le mostre di due giovani artisti

Alla Tavolozza le opere di Salvatore Rizzuti e alla Galleria Flaccovio quelle di Pietro Biondo – Stesso ambiente culturale

PALERMO – Due giovani artisti di sicuro talento, Salvatore Rizzuti e Piero Biondo, espongono in questi giorni a Palermo, rispettivamente alla Tavolozza e alla Galleria Flaccovio.
Usciti insieme dall’Accademia, maturati nello stesso ambiente culturale, tra i consimili disagi e propositi, essi offrono l’occasione per riflettere sulle vicende e le prospettive della generazione che ha oggi vent’anni, apertasi con la contestazione studentesca ai problemi della società italiana, vissuta in Sicilia tra l’ascesa e il rapido declino del boom consumistico, tra le contraddizioni di un caotico sviluppo e la carenza di uno spazio respirabile in cui inserirsi, tra le sollecitazioni delle più disparate esperienze artistiche diffuse anche qui nel corso degli anni Settanta.
Ma nella crisi di valori che coinvolge gran parte dei giovani artisti, nella spasmodica sperimentazione di nuovi mezzi espressivi, Biondo e Rizzuti non si sono fermati alla elaborazione di esempi importanti, alla protesta generica, alle facili evasioni, alle esibizioni effimere, hanno invece affrontato sul terreno dell’arte con consapevole impegno i problemi propri e del tempo.

Due esperienze di vita diverse

Rizzuti, che proviene dall’interno dell’Isola, pastore nell’adolescenza, riversa nello scavo del legno, dei tronchi d’ulivo e di quercia, di carrubo e di cipresso, talora della pietra e del marmo, l’erompente foga del suo temperamento, lo sdegno contro un mondo sordo alla sua ansia di un profondo rinnovamento. Prendono forma così, in un linguaggio che ha lo slancio di un romanticismo ribelle, la carica emotiva del primo espressionismo, forse talune suggestioni del simbolismo successionista, i suoi personaggi animati da una drammatica vita interiore: uomini che gridano la loro angoscia, tormentati prometei e assorti pensatori, un Cristo rivoluzionario nell’atto di sollevare le folle, una “donna gravida” composta con eccezionale coerenza dei valori anatomici e formali, le figure femminili che escono con mesta dolcezza dalle asperità della corteccia arborea, le immagini che affiorano dalle nodose radici, dalle venature della pietra in un fervido processo metamorfico dove l’invenzione trae la spinta dalla ricchezza della materia, dal capriccio della natura interpretata e dominata.
Pietro Biondo, cresciuto nei quartieri popolari della città, disegnatore di istinto, ha raffinato la sua sensibilità nel tenace studio della tecnica incisoria: ma la predilezione per il fluido intreccio dei segni, per il prezioso impiego della materia pittorica, non ha chiuso l’artista entro i limiti dei sottili giochi formali: rimangono vivi i richiami della realtà. l’interesse per certi aspetti della natura, la dolorosa mediazione sulle lacerazioni di una umanità travagliata. Teso dunque tra questi due estremi, ne trova spesso infelici esiti la sintesi.
L'”uccello morto” ad esempio, con le trame trasparenti delle piume sullo scheletro rattrappito, dimostra a un tempo l’acuta perizia del grafico e il senso di tristezza e di pena per l’umile creatura: la serie delle “donnine” degli interni e nella strada, coglie con spregiudicata incisività i ritmi lineari dei corpi, i rapporti di forma e colore tra le vesti, le pellicce, gli sfondi, e rivela intanto la cruda ma pietosa indagine sui fenomeni di miseria e degradazione; una analisi della società che diviene, nella deformazione dei corpi degli “uomini del potere”, critica impietosa, aspra.

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