La speranza nascosta nel legno

Scultura e vita di Salvatore Rizzuti

Una donna di cipresso alta due metri, il ventre prominente e, al posto della testa, un grande orecchio. E’ l'”Apologia del silenzio“, secondo Salvatore Rizzuti, scultore siciliano. La capacità di saper ascoltare, dote ormai in via di estinzione in un mondo in cui, come canta Claudio Lolli, “non riusciamo mai a parlare ma parliamo sempre troppo”, dote che a Rizzuti non manca, confermando le aspettative che ognuno potrebbe nutrile, incontrando a Monreale quest’uomo (pastore, scultore, professore, padre) comodamente seduto sulla sua propria poltrona, barba e capelli candidi e fare discreto.
Chiacchierando con lui, circondati da decine di sculture in legno che sbucano da ogni angolo della casa, si ha l’impressione di conversare con la Storia, intesa più che come Tempo (Rizzuti non è di certo una persona anziana, essendo del ’49), come Esperienza. Una vita intensa, un profondo studio della natura, una grande dedizione sono alla base dell’opera di questo maestro dello scalpello che ha scelto il legno come materia prima, senza disdegnare gesso, terracotta e bronzo.
Originario di Caltabellotta (AG), quando all’età di 18 anni Rizzuti approda nella cosmopolita Palermo è un uomo che, pur non conoscendo la tecnica, ha già nelle mani il segreto della sua arte. Questo perché, durante i nove anni dedicati alla pastorizia insieme al padre, Rizzuti non si era lasciato sfuggire nemmeno un dettaglio della vita che intorno gli accadeva. Il contatto con la natura e l’osservazione attenta delle sue minuziose trasformazioni gli avevano già conferito quella manualità per cui solo anni dopo si sarebbe contraddistinto.
“Giunto in città”, racconta l’artista, “ero pure, innocente, candido. Ma non mi è mai successo nulla di brutta perché ero infarcito di sani principi senza i quali sarei di certo diventato un terrorista, un mafioso, un drogato o un bancario”. Sorride ma solo a volte perché in fondo, come lui stesso ammette, è un uomo serioso. “Non sono per niente simpatico, sono taciturno, a volte aggressivo”.
E’ il suo carattere a condurlo alla solitudine, al silenzio, così indispensabili per dar forma ai suoi personaggi: dalla “Grande Madre“, ancora una volta in legno di cipresso (difficile da lavorare ma con il quale Rizzuti ha attualmente un intenso rapporto d’amore), al “Minotauro” a “Prometeo“, realizzato in legno d’ulivo selvatico.
Rizzuti è un po’ arrabbiato col mondo: con i suoi alunni dell’Accademia delle Belle Arti, dove insegna dal 1980, che trova spenti, inermi, poco preparati. Con la concezione odierna dell’arte, sempre più effimera e legata alla contingenza, sempre più estemporanea, inglobata com’è nel vortice delle performance e delle installazioni d’autore. E’ così che secondo Rizzuti, si è persa un’arte antica come quella dell’intaglio della pietra, proprio a causa del blaterare delle accademie e degli intellettuali. “Eppure, di arte”, suggerisce lo scultore, “non si dovrebbe mai parlare”. I gesti e le forme di queste presenze imponenti e forti che sono le opere d’arte dovrebbero essere sufficienti a trasmettere ciò che l’artista vuole comunicare al resto del mondo.
Ne è passato tempo dalla prima personale alla Galleria “La Tavolozza”, dov’era stato presentato nel 1980 da Bruno Caruso e Leonardo Sciascia, dalla mostra realizzata a Castelbuono (1983), in occasione della quale il nostro giornale dedicò un articolo alla potenza di una delle sue opere più maestose, il “Vespro siciliano“, adesso andata in dono al Museo Civico di Caltabellotta. Ma il nostro scultore non si arrende all’effimero a cui sembra votata larga parte di ciò che oggi consideriamo arte e continua a deliziarci di opere che conservano, se non altro, la parvenza dell’eternità, come “Noli me tangere” o “Melancholia“. Quasi a dimostrazione che, sebbene razionalmente l’artista abbia abbandonato la speranza, “istintivamente è forse tutto il contrario”.

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