L’orto

La sua casa, che è anche laboratorio, si trova nella campagna di Monreale, sul pendio di una lussureggiante valle, talvolta rigata da un silenzioso torrentello, e profondamente segnata dal lavoro dell’uomo, che sin dall’antichità intuì la presenza dell’umile e prezioso elemento.
Un desiderio di fuga dalla caotica vita cittadina lo ha spinto ad eleggere a sua dimora questa casa, dove rifugiarsi con Daniela e i loro figli, Luciano ed Anna. I campi, le case dei contadini, il vecchio lavatoio, l’antica fontana e il turrito mulino sono in abbandono da decenni, ma Salvatore Rizzuti, per noi Totò, ha subito amato questi luoghi, ormai selvatici e quella casa con il suo quadrato di terra, che da tanti anni coltiva con passione.
Totò avverte un profondo legame, un ancestrale senso d’appartenenza verso la terra, che ha straordinariamente espresso attraverso la scultura che raffigura “Gea“, la “Grande Madre“. Quest’opera, che sembra plasmata con il fango, possiede qualcosa d’arcaico, sembra derivare dalle “veneri” del Neolitico. Il seno gonfio e il ventre, tanto maturo da essere fessurato, fanno comprendere che la donna è gravida. L’aspetto opulento richiama alla mente le contadine delle nostre terre con braccia possenti e mani tozze per il duro lavoro della campagna e gambe robuste e piedi grossi per il lungo cammino. Totò nel modellare la figura s’è ispirato alla madre, ma ha voluto nascondere il volto con un ruvido e pesante straccio, affinché ognuno possa riconoscervi la propria madre.
Chi si soffermasse ad osservarlo, mentre si dedica alla sua terra, comprenderebbe che il faticoso lavoro manuale e la metodica cura fortifica questa relazione. Inizialmente strappa via e malerbe, si pone ad un’estremità del terreno e incomincia a zappare, disegnando due archi uno da sinistra verso destra e l’altro al contrario, rompe le zolle e passa avanti, finché giunto all’altra estremità si sofferma brevemente, ripulisce la zappa, stende la terra con un rastrello e riprende di nuovo.
In quella terra abitano misteriose figure, immobili ma vigorose, silenziose ma espressive, che riescono a trasmettere emozioni tumultuose da lasciare ammutoliti, tramortiti. In un angolo Atena rivestita dalla sua armatura scaturisce dalla testa di Zeus, e tra i rami di un arancio si compie la storia d’amore di Filèmone e Bauci. La loro metamorfosi sta avvenendo, i piedi hanno gettato radici, e si sono ormai scambiati l’estremo saluto. Bauci guarda il marito, in quello sguardo è tutta la loto vita, e si accinge a carezzargli il viso. La gamba di Filèmone è già di ruvido legno e dai rami spuntano le prime foglie di quercia. L’uomo con sguardo serenamente pensoso stringe a sé la moglie. Il loro desiderio è stato esaudito: l’uno non dovrà vedere la tomba dell’altro, né dovrà seppellirlo.
Il silenzio e la solitudine del lavoro sono familiari a questo scultore, che all’età di nove anni fu costretto dal padre a lasciare la scuola, perché gli serviva a governare le pecore ed a custodirle. La vita trascorse solitaria al di fuori di ogni rapporto sociale tra le montagne della terra di Agrigento, sui monti di Caltabellotta, suo paese. Totò percepì lo spirito degli antichi che aleggiava sopra quei luoghi, si nutrì della loro voce che fischiava tra i picchi aguzzi, incominciando a muovere i primi passi verso l’arte e mentre “pascolava le pecore (…) – come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia nel commentare la prima mostra dello scultore – scolpiva pietre e radiche di olivi, le scavava a raffigurare volti umani, figure (…), guidato dalla materia, più che dalla memoria, o se mai da una memoria ancestrale, remota”.
Nell’olivo ha plasmato un “Cristo risorto”, poi ribattezzato in “Prometeo“. In quest’opera, che lo scultore ha rifinito cospargendola d’olio d’oliva, la vittoria di Cristo sulla morte non è trionfale, ma carica di tesa drammaticità. I nervi tesi, i muscoli contratti, i pugni stretti, i denti serrati, tutto il corpo si proietta verso la vita, sospeso e immobile raccoglie le forze per compiere l’ultimo possente sforzo, che romperà i vincoli della morte, che titanicamente lo trattengono.
Al termine del suo lavoro Totò ripone gli attrezzi e contempla soddisfatto la sua terra, che quest’anno ha premiato le sue fatiche con abbondanza di doni. Tutto ha fruttificato con generosità, specialmente il melograno, che come la composta Persefone è ormai giunto alla fine del suo ciclo annuale. Totò guarda gli opulenti frutti di questa pianta, fessurati, spaccati a mostrare gli aciduli grani, ed esclama: “Come posso non gioire di fronte a tutto questo?. Lo sguardo, tuttavia, è velato di tristezza, forse rimpiange la calma serenità delle sue montagne, che lasciò quando ormai aveva 18 anni per andare a Palermo, dove cominciò a lavorare in una ditta di marmi e riprese a studiare. Conseguita la maturità artistica si diplomò all’Accademia di Belle Arti, dove oggi è titolare della prima Cattedra di Scultura.

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