Modellare il silenzio

Il suo destino matura mentre pascola le pecore. Salvatore Rizzuti è tra i più rappresentativi scultori siciliani

Rizzuti nasce nel 1949 a Caltabellotta dove, sino a 18 anni, trascorre il tempo nella solitudine della campagna, accudendo alla fattoria del padre.
Ne soffre e si ribella. La sua fortuna è un viaggio a Palermo. 

… Anno cruciale è il 1980. Bruno Caruso e Leonardo Sciascia lo scoprono proponendolo al pubblico…

Conosce il silenzio, il sussurro del vento, l’eco dell’anima, da quando sui monti agrigentini pascolava il gregge e intagliava tronchi e pietre, riproducendo figure zoomorfe. Ancora oggi il silenzio lo avvolge, nascosto nell’atelier di Monreale con vista sui limoneti, lontano dai rimori.
Lo circondano le sue sculture di legno, bronzo e terracotta, come creature che abitano la casa dove vive con moglie e figli.
E’ un artista solitario Salvatore Rizzuti, rassegnato all’indifferenza dei più, preoccupato solo di ascoltare la voce della natura, del mito e della storia, che traduce con afflato in forme plastiche di lettura immediata, talvolta problematica. La sua matrice è realista, che si lascia plasmare dall’astrazione per dare corpo ad opere raffiguranti un universo poetico di sogni ed enigmi, oltr il limite della ragine.
Ordinario di scultura all’Accademia di Belle Arti di Palermo, Rizzuti si forma sotto la guida di Silvestre Cuffaro e Carmelo Cappello. Maestri, diversi nella concezione di linea e modellato, che riconoscono nell’allievo doti particolari, ben sapendo delle sue origini. Con loro il giovane diviene partecipe dell’idea dell’arte, quale espressione dell’uomo e della sua astrazione.
Rizzuti nasce nel 1949 a Caltabellotta dove, sino a 18 anni, trascorre il tempo nella solitudine della campagna, accudendo alla fattoria del padre, che non può consentirgli altri orizzonti che quelli della pastorizia e dell’agricoltura. Ne soffre e si ribella. La sua fortuna è un viaggio nel capoluogo dell’Isola.
Qui incontra un estimatore che lo assume come apprendista scultore nella ditta di marmi cimiteriali. Per il camposanto di Sant’Orsola il ragazzo realizza molti lavori, che gli consentono di acquisire padronanza di tecniche, dalla sbozzatura alla lucidatura di angeli piangenti.
E’ il 1967 quando si iscrive alla terza media. Quindi frequenta il liceo artistico; Tino Signorini è il suo docente di Figura; poi, nel ’72 viene invitato dal direttore Giuseppe De Caro ad entrare all’Accademia. Quattro anni di impegno tumultuoso con lo sguardo al titanismo michelangiolesco, al tormento della Sistina e al mistero della Pietà Rondanini. Appartiene a questa stagione il blocco marmoreo I dannati, fuoriuscenti dolorosamente dalla pietra. Michelangelo e Dante sono i referenti. Il primo per vocazione, l’altro per assimilazione. La Divina Commedia è il viatico di suo padre, contadino comunista che recita a memoria le tre cantiche, da cui trae saggezza per sé, la famiglia e gli amici. Da questa comunione quotidiana il ragazzo resta soggiogato ed ora, che è artista riconosciuto, torna con la mente alla giovinezza aspra e selvaggia che gli squaderna il senso dell’essere di là da contingenze.
In occasione della  Prima rassegna del sacro nell’arte contemporanea si imbatte nella scultura lignea Ritratto di un papa di Floriano Bodini. Il totem amletico, strutturato di centinaia di pezzi, lo scuote mostrandogli l’intelligenza di una tecnica che svela l’energia di una materia poco praticata.
D’un tratto si ricorda anche di Pericle Fazzini e riattivando l’interesse per il legno crea con una radice di ulivo Dafne. Volto elegiaco delle Metamorfosi, scavato nel tronco e nella corteccia, splendente di melanconia nella grazia del viso e nel vuoto degli occhi. Del ’77 è il Cristo maledicente della collezione La Duca. Un carrubo, articolato e nodoso, espressivo di ribellione contro l’intellettualità farisaica. Dello stesso anno è Donna gravida: cipresso compatto nella regolarità del cilindro, soffuso di dolcezza materna. Due sculture differenti e complementari. Indicano il realismo espressionista e la classicità astrattiva entro cui, dialetticamente, opera il giovane artista. il quale indaga i manufatti di Ugo Attardi, Agenore Fabbri e Giacomo Manzù, sentendo la pulsione della forma come verità plastica della storia. Di Manzù soprattutto contempla l’armonia drammatica donatelliana, della Porta di Rotterdam.
Anno cruciale è il 1980. Bruno Caruso e Leonardo Sciascia lo scoprono proponendolo al pubblico. Alla Tavolozza l’intellighenzia di Palermo si raduna per osservare la scultura di rizzuti che Sciascia presenta in un articolo sul Corriere della Sera: “C’è qualcosa di religioso, di votivo: come se le forme, condizionate dalla materia, dalle venature e dai nodi e dai colori del legno e della pietra, nascessero da una condizione di solitudine e comunione e si formassero con grandi domande senza risposte.” I critici italiani scrivono con interesse dell’artista che, mesi dopo, è chiamato ad occupare la cattedra di Scultura all’Accademia, dove riafferma l’urgenza di una manualità essenziale alla creazione. Nel contempo, a Roma e a Torino, le gallerie lo accolgono mettendo in luce un linguaggio evocativo della classicità conturbata.
Rizzuti struttura, nel 1981, in frassino, Achille, alto oltre due metri e trenta. Guerriero dalla movenza atletica, boccioniano nel ritmo e nello scatto, che coniuga arditamente figurazione e astrazione. Memoria greca e dinamismo futurista nella tensione di una icone che rimanda al David degli Uffizi. L’anno successivo è la volta di Vespro siciliano, provocatorio e teatrale.
Al centro di curiosità e di mercato Salvatore Rizzuti si crede prigioniero e rifiuta compromessi e consigli, questi ultimi volti a farne uno straordinario naif. Fugge ogni incontro e si nasconde sino all’isolamento e alla crisi. Ingenuità che lo relega, in breve tempo, nella solitudine urbana, ma gli permette, negli anni Ottanta, di realizzare opere di notevoli dimensioni: Prometeo, Grande Madre, Lilith, Adamo ed Eva. Legno di tiglio assemblato è quest’ultima scultura, di 250 centimetri d’altezza, raffigurante distesi a terra, nel pieno dell’angoscia, i progenitori. Morbida è la materia come di carne nella sovrapposizione dei corpi dannati nell’inferno quotidiano.
Nel 1991 Rizzuti porta a termine Annunciazione. Ancora un tiglio assemblato, iconologicamente sacrale nella nudità virginia di ispirazione egizia. Forma rappresentativa della simbiosi concreto-astratto, densa di poesia intima, priva di edulcorazioni. E’ in terracotta la Salomé, di due anni dopo, che nella corporeità erotica del nudo svela l’inquietudine della concezione classica. Gli anni successivi sono contrassegnati da volontà di ricerca sino ai confini del mito e della surrealtà: Filemone e Bauci , Apologia del silenzio, Prigione della memoria. E’ del ’98 l’Omaggio a Piero, composto di due busti in terracotta. Plasmata di segreto sorriso la figura femminile; di pensieri pietrosi quella maschile. L’una e l’altra posseduta da emozioni umanistiche proprie di Piero della Francesca, Verrocchio e Laurana, mentre Wildt appare con durezza nel volto del principe. Somma di valori ideali ed estetici che lo scultore agrigentino concretizza in opere come Persefone, Omaggio a Piero n. 2, Minotauro e Burqa nel silenzio dello studio, dove quasi nessuno lo raggiunge.
Avrebbe voluto e vorrebbe ancora essere utile alla sua terra. “Ma la Sicilia è indifferente”, afferma Rizzuti. “I suoi amministratori sono lontani dalla cultura e quando si interessano dell’arte è per strumentalizzarla con risultato ignobili, come nel caso del carciofo di pietra piantato, a Palermo, nella grande piazza De Gasperi”.

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