Totò Rizzuti

Fedele alla tradizione figurativa filtrata nella cultura modera, lo scultore traduce in forme plastiche l’imprecazione, l’angoscia, la morte, il silenzio e il mistero.

“Il genio della scultura arride alle sue cose”, scriveva tempo addietro Leonardo Sciascia di Totò Rizzuti, uno scultore, nativo di Caltabellotta, quasi d’improvviso venuto alla ribalta, nonostante i trionfalismi di certe avanguardie. Un artista solitario, schivo nel parlare, immerso in una penetrazione religiosa dell’uomo. Non lo si incontra in gallerie o salotti. Trascorre la giornata in Accademia di Belle Arti, dove insegna, o nell’atelier affollato di bronzi, pietre e legni da lui scolpiti in laceranti raptus, senza aver chiesto consiglio a critici. La sua opera nasce dal bisogno di comunicare alla materia uno “spiraculum vitae“. Vengono fuori dalle sue mani non architetture astratte, ma ritratti della condizione umana e storica, la quale costituisce il sottofondo di una poetica che si ispira alla natura e al destino, al dramma e ala tragedia. Con candore “demodé”, in grado di scoraggiare i mercanti, egli rifiuta committenze facili perché non vuole essere artista “à la page” ma uno che lavora la materia nella quale intravede, forse michelangiolescamente, le verità nascosta.
Da giovane vive il silenzio delle montagne e la voce dei pascoli, di cui è memoria in parecchie sculture. In seguito traduce nei manufatti il romanticismo della ribellione e del dolore, secondo un espressionismo non di marca tedesca, ma che si àncora in un primitivo sentire della natura offesa.
Rizzuti non segue una corrente. Cerca nel proprio mondo un linguaggio estetico che riveli l’io reale e ideale. Nel breve arco di un decennio produce lavori di una coerenza non meccanica, ma interiore. Molte sculture sono momenti di passaggio. Alcune sono militari, atte a definire la qualità creativa di uno scultore che ama i greci, come Fidia, Scopas, Prassitele, che si invaghisce del maestro dei “Prigioni”, che contempla Brancusi e Modigliani.
Scolpire è la sua vocazione svelatesi negli anni trascorsi tra le valli e i monti dell’agrigentino, dove fino a diciotto anni è pastore di greggi. Nella solitudine dialoga con gli eventi e incide nel tufo, nelle radici e nella pietra lavica immagini di fantasia con gusto arcaico. Qualcuno gli infonde l’idea di un futuro di artista. Inizia a studiare. A Palermo frequenta la media, il liceo artistico e l’accademia. Non si arrende alle difficoltà, ma affronta i disagi con il desiderio di divenire non artigiano di pupi, ma scultore che dà anima alla materia.
Intorno al 1975 giunge a maturazione e può cominciare ad esporre in importanti gallerie di Palermo, Roma, Torino, non statuette di bisquit o leziosi soprammobili, ma sculture vere, drammatiche, sbocciate dal marmo o dalla creta che lievita in figure cariche di vita. Spesso le opere raggiungono misure notevoli, oltre i due metri, in una tensione di forme e volumi che rappresentano l’inquietante quotidianità vissuta sino all’angoscia. I suoi uomini sono prometei, le donne generano morte: testimonianza di una dannazione biblica che espande l’umano lamento di Giobbe. A questa fase si accompagna la creazione di un grande Cristo, che impreca contro i mercanti dell’esistenza, e di una dolce donna gravida “composta con eccezionale coerenza di valori anatomici e formali”. Le due sculture suscitano stupore nella gente e nella critica. Consapevoli di trovarsi dinanzi ad uno che ha orizzonti lontani. Se il Cristo è la risultanza di immediato intervento su un tronco di carrubo, la gestante è il frutto di una meditazione serena. C’è in questo legno nudo l’amore per chi si fa madre nell’accoglienza del mistero dell’esistere.
Nessuna monumentalità è in queste opere di Rizzuti, che, sebbene prediliga grandi composizioni, mostra attenzione all’intus dell’uomo proiettato nelle vicende esterne. Esplicativo in tal senso è il “Vespro“. Un trittico che fissa non tanto un episodio, ma la violenza fatta dai potenti contro gli inermi. Aitante è lo stupratore angioino, sconvolta è la donna, ambiguo il vescovo, la cui struttura rimanda alla decorazione francese del ‘300. Plastica unità d’azione modellata nel legno tenero con intarsi e tasselli, in una levigatura serica che fa sentire la morbidezza della carne.
Altra materia amata da Totò Rizzuti è il bronzo, nel quale è maggiormente chiaro il legame con la cultura ellenica, che trasmette non solo volumi nello spazio e nella luce, ma realtà ideali appartenenti più che a un tempo alla storia. I corpi ora si snodano in contorsioni di menadi o in spirali di serpi, ora si raccolgono in forme chiuse, ora si slanciano come silhouettes. Una tensione contenuta li anima facendoli essere pensiero e voce, vita e morte. Non oggetti da esporre in vetrina, ma persone che fanno parte di una casa. La decorazione ottocentesca e liberty non ha relazione alcuna con la bronzistica di Rizzuti, il quale se da un canto parte dall’espressionismo di Boecklin e Van Stuck, dall’altro dimostra di preferire il classicismo moderno di Rodin per entrare presto in dialettica con Attardi e Bodini.
Tra gli ultimi lavori sono il “morente che risorge” e “Llanto por Ignacio“. Scolpito nell’ulivo ad altezza quasi naturale, “il morente” raffigura un partigiano o un Cristo che nell’atto di morire si innalza. Una risurrezione, drammatica e poetica, che fa parte della dignità e della speranza. Nella calda materia del tronco l’artista incide con compostezza di linee l’estrema porzione di dolore che in “Honora mortis nostrae” segna il superamento  della morte. L’altra scultura è omaggio a Garcia Lorca, il poeta spagnolo che canta il fuego e il sueno. Nel “Llanto por Ignacio” Lorca personifica “il mistero, la discesa agli inferi della letizia andalusa”, che diffonde con ritmi di flamenco e di ballata. Rizzuti con passionalità primordiale ascolta: “A las cinco de la tarde” nel tragico rintocco dei corni della corrida che annunziano violenza e agonia, cui fa eco il pianto di Garcia: “No te conoscie nadie. No. Pero yo te canto”. Lo scultore concepisce il poema non nel turbinio dello scontro, ma nel mistero della morte, quando esanime il torero è disteso nudo nell’arena con accanto un toro, prostrato e dolente. Tutto è silenzio. Solo si sente il “Llanto” di Lorca e di Rizzuti.
Venuto da un espressionismo che urla, passato attraverso un classicismo dirompente e la drammatica bellezza muliebre, Rizzuti sembra accostarsi a una dimensione sublime dell’arte: al silenzio. In una composizione sobria, leggermente obliqua, illuminata dalle vibrazioni coloristiche della creta e del bronzo, lo scultore non grida la morte e non bestemmia. Contempla la tragedia della vita.

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