Salvatore Rizzuti

Daniela Thomas, che da oltre un decennio conosce Salvatore Rizzuti (Caltabellotta 1949), fa di lui il seguente ritratto: “un uomo in cui la tensione interiore raggiunge punte elevatissime, liberandosi fluida, senza interruzioni, attraverso le grandi, poderose mani, in opere vive e vibranti, ognuna delle quali pare avergli risucchiato l’anima e parlarci direttamente dalla sua immobilità straziante”. Un ritratto veritiero che definisce l’uomo e lo scultore nell’atto generativo di opere che sono significazione drammatica di un sentire l’arte come realtà assoluta.
Salvatore Rizzuti, titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Palermo, entra di colpo nella scena dell’arte. E’ quasi una scoperta di Leonardo Sciascia che lo fa conoscere alla cultura italiana. un battesimo di fuoco. Da quel giorno lo scultore si sente più libero e la sua ricerca è indipendente dai giudizi dei critici.
L’argilla e la pietra, il legno e il bronzo gli sono consunstanziali. Egli nella materia depone la sua anima di antico scultore che effigia il mito, oltre il racconto, nel dramma. Michelangelo, Rodin e Martini gli sono di esempio nella costruzione di forme solide e nel grido di dolore, che è struttura fondante la sua quotidiana liturgia d’artista. Rifugge da estetismi e avventure sperimentalistiche; entra nell’enigma della natura e dell’uomo per estrarne l’anima. Fin da quando inizia ad esporre lo stesso Sciascia lo presenta come significativa personalità, affermando che il genio dell’arte abita in lui. Le sue sculture, soprattutto in legno, nella loro energia primigenia sono la risultanza di tensioni spirituali sia nel riferimento al tema della donna madre, sia al soggetto uomo crocifisso, sia all’epica di Omero. Nel linguaggio classico-espressionista le opere di Rizzuti rivelano la vitalità della materia: monumenti eretti con dolenti incastri di legno e di pietra.
Non sono pochi i rimandi all’arcaicità greca ed egiziana; alla classicità: Fidia, Scopas, Prassitele; a Michelangelo, Brancusi e Modigliani. Naturalmente, senza mediazioni intellettualistiche. L’interessa l’equilibrio interiore della forma, l’armonia e il ritmo. Perciò insiste nella definizione di una scultura in cui è la realtà dell’uomo, della sua carne e della sua anima, significata in composizioni “monumentali”, come ad esprimere nella grandiosità della materia scultorea ancor di più il dolore cosmico che è nell’uomo.
A questa concezione si riferiscono il trittico dei “Vespri“, il “Morente”, il “Crocifisso” e la “Vergine” della Chiesa di S. Tommaso a Palermo e particolarmente “La Grande Madre“. Dinanzi a quest’ultima opera, “si ha l’impressione, osserva la Thomas, di sentire sulla pelle il soffio fresco e umido di terra e muffa, delle tombe etrusche”. Lei è la madre terra che genera ed accoglie nel suo mistero ogni sua creatura. E’ culla e tomba.
La modernità per Salvatore Rizzuti è nell’assimilazione dell’antico, eterno, nuovo, immanente nell’innesto di tasselli e nell’assemblaggio di cunei con cui mirabilmente lo scultore struttura le sue opere inquiete.

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