Salvatore Rizzuti

Désirade è un’isola sperduta nel Mar delle Antille, così chiamata proprio perché fuori da qualsiasi rotta, da “de-siderius”, la condizione propria del navigante che, a causa del cielo coperto, non può vedere le stelle, e dunque non può orientarsi, o dell’àuspice che, per lo stesso motivo, non può leggere il futuro. Desiderio è anche quello che, drammaticamente, ci spinge verso l’altro per rischiarare il nostro cielo, per ritrovare, sia pure per un attimo, tra le braccia dell’altro, l’Unità originaria, il nostro orientamento individuale, il nostro futuro. Ma tutto ciò comporta irrimediabilmente l’impatto terribile, dilacerante, straziante, con la propria solitudine, con la limitatezza, l’incompletezza, il continuo “bisogno” di qualcosa di indicibile che ci rode e addensa ancora una volta nubi sempre più cupe. Non dimentichiamo che, nella mitologia greca, Eros è figlio di Penìa, “povertà”, “bisogno”: è da questa inesauribile mancanza, da questo vuoto incolmabile che scaturisce la ricerca angosciosa dell’altro, e di sé nell’altro, ed è proprio questo momento che leggo nella rappresentazione che Rizzuti ha fatto della vicenda di Adamo ed Eva (1988): la presa di coscienza, contemporanea all’atto d’amore dei due giovani, della propria separazione (“sesso” da “secare”, dividere), e il disperato desiderio di Adamo – un sogno – di “rendere” la mela intatta, quasi come a voler tornare indietro, per reintegrarsi, per ritrovare la possibilità di vedere, per risvegliarsi nella luce ormai perduta.
Ma è proprio perdendo la luce che è possibile riappropriarsene, ritrovandola in sé, dopo aver “ucciso” l’altro (Eva, 1988) infinitamente amato e ugualmente odiato: in lui ogni beatitudine, senza di lui ogni tormento. Solo “eliminandolo”, assumendolo in sé, assorbendolo fino ad ingravidarsene, la mela torna ad essere intatta, il peccato cancellato, l’Unità restaurata. E tutto ciò presagendo e annunciando nella Xaris Xekarithomene (1991), in colei che è piena di grazia, non soltanto una futura nascita, ma la vera nascita, quella del “figlio, padre e marito”, di colui che riaccende la Luce fuori e dentro di noi, di Colui nel quale è finalmente possibile perdersi ritrovandosi nell’Unità.
E mi sembra bene concludere con le parole di Origene: “Intellige te alium mundum esse in parvo, et esse intra te solem, esse lunam, esse etiam stellas”.

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