Salvatore Rizzuti

Il tormento di Dafne

Nel dibattito attuale sulla scultura contemporanea e su significato che essa assume in quanto testimonianza della cultura e della condizione dell’uomo, l’opera di Salvatore Rizzuti si pone come ridefinizione di una idea “classica” della scultura, in quanto le sue statue trovano un valore in sé, nella loro formalizzazione nello spazio, nel riuscire a compenetrarsi con l’ambiente in cui sono inserite, imponendosi con i loro significati simbolici e con la stessa maestosità delle forme che riducono al silenzio ed a una muta fruizione.
Le sue radici si riallacciano fondamentalmente alla scultura classica, all’opera di Michelangelo (Dannati, 1974, dove raffinate dorme si svincolano dal marmo in un crescendo di tensioni) e alla tradizione umanistica del Rinascimento (Grande Madre, 1987, per i forti volumi, gli occhi vacui, i lineamenti marcati e la pressante tridimensionalità); e fin dalle prime opere si afferma la forza formale ed espressiva delle statue, la sua indipendenza dai legami accademici, la ricerca di una profondità dei temi che attingono dall’inconscio dell’uomo.
Si avverte l’impressione davanti a grandi opere come Il Guerriero, 1981, Ansietà, 1982, Attesa, 1981, I Vespri siciliani, 1982, Gea, 1983, Grande Madre, 1986, Lilith, 1988, di trovarsi di fronte ad attori teatrali fermi e immobili nella scena dell’esistenza quotidiana.
Si può considerare un autore di sculture narrative che trovano una sintesi nel legame corrispondente tra il valore semantico e il linguaggio figurativo tormentato e complesso. un itinerario che si sviluppa in tre momenti differenti: il primo in cui prevale il legno (frassino, carrubo, tiglio, radice di ulivo), argilla, pietra.
Dafne, 1978, Uomo che cammina, 1978, Cristo, 1979, sono solo alcuni titoli fra le sue opere in cui le forme vengono fuori dalla materia, delineate dai vuoti naturali, dai nodi e le striature del legno e con le sue infinite e indefinibili valenze estetico-formali.
In una seconda fase che potremmo definire costruttiva, elabora dei processi di scomposizione e ricomposizione delle forme in cui coesistono il geometrico e il figurato (Ansietà, 1982, Attesa, 1981, Il Guerriero, 1981). Quindi un’analisi formale diretta a trovare nell’ambito della figura gli elementi costitutivi originari dello spazio, “il cubo, il cilindro, la sfera” parafrasando Cézanne.
La riflessione continua su alcuni temi ricorrenti nella sua opera complessiva: la Grande Madre e la donna che trova nella figura di Eva il prototipo ideale (Rifiuto del peccato originale, 1981, Lilith, 1988).
La caduta dallo stato di grazia, la solitaria e nuda vulnerabilità prendono forma in corpi pesanti dal ventre rigonfio, nelle curve voluttuose, nella massa delle anche e dei  ventri opulenti delle Grandi Madri, con teste mancanti, vuote, coperte da un velo, oppure come maschere, fisse e identiche, dai rigidi volti e dagli sguardi intensi.
Queste figure, inquietanti nei ritmi slegati e negli squarci che si aprono talvolta sul ventre (Gea, 1983) sottolineano la forza dominante e il valore della potente divinità della Terra che dal culto atavico perdura a livello inconscio come forza propulsiva di vita e di rinnovamente. Queste profonde disgregazioni formali mirano a scavare la verità all’interno del corpo umani in cui si scontrano le antinomie vita-morte, apparenza-realtà.
Lo scontro continuo tra l’artista e la realtà affiora nei frequenti e pressanti autoritratti che lo coinvolgono direttamente in tutti i temi trattati (Crocifissione, 1987, Rifiuto del peccato originale, 1988), fino ad un completo disfacimento delle proprie forze irretite in uno sforzo insopprimibile determinato dall’impossibilità a comunicare il proprio tormento (Il Muro, 1984, La Piramide, 1989, Il Pensatore, 1978). L’uomo che cammina, 1978, rappresenta in sintesi quest’equilibrio precario dell’esistenza umana nell’impercettibile movimento del corpo allungato, smembrato per l’assenza degli arti, quasi ultimo anelito ad una espansione verso l’ignoto. Infine, le ultime opere attestano una svolta in cui l’ispirazione si compenetra col soggetto piuttosto che lasciarsi trasportare dalla materia e dal rapporto con essa. Un movimento che parte dalle sfere intime per esplicitarsi nelle sculture con una energia dinamografica e una tensione che si avvertono nelle grandi composizioni: resurrezione, 1987, Madonna, 1988, Klio e Apollo, 1988, Lilith, 1988. Un linguaggio formale ormai cadenzato nei ritmi, elegante e raffinato nelle linee, che traspare tra le pieghe dei panneggi o nei tratti più impercettibili.
Nulla più è dato al caso e alle occasioni della Natura, ogni gesto della scultura fa parte di un progetto di elaborazione a priori di cui soltanto lo scultore è cosciente nel momento creativo e manuale. L’antitesi realtà-finzione, se tale può considerarsi il prodotto artistico, trovano una risoluzione nel momento dell’assemblaggio della materia grezza, nel dare forma a idee e frangenti i più eterogenei che si concretizzano come valori assoluti in sé. come momento continuo di riflessione sulla condizione dell’essere nel divenire storico, superando i limiti di linguaggi standardizzati e iterati del formalismo puramente astratto.

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