Salvatore Rizzuti

Nel mondo occidentale la ricerca del senso del proprio essere è forse affidata prevalentemente ad una tormentata ed affannosa corsa contro la morte, inesorabile e impietosa compagna di cui si sente continuamente la presenza, l’alito, a cui si sa di dover cedere il passo senza possibilità di salvezza. Ogni uomo porta dentro di sé, più o meno nascosta, la profonda e sconfinata angoscia dell’esistenza, una muta domanda a cui nessuno potrà rispondere sul verso senso del proprio essere, a cui si è disperatamente aggrappati, da cui si è inesorabilmente trascinati sempre più lontano da ogni luce.
Pochi sono però quegli uomini che riescono ad affrontare coraggiosamente, cercando di tirar fuori qualcosa che possa essere utile non solo a loro stessi ma a chiunque lo voglia, e fra questi riteniamo che – nel nostro mondo – gli artisti occupino uno dei primi post, per l’evidenza assoluta che, attraverso le loro opere, appare ai nostri occhi e, scavalcando le nostre menti spesso contorte e/o distorte, ai nostri cuori. Per questo parleremo qui di uno scultore Salvatore Rizzuti, un uomo in cui la tensione interiore raggiunge punte elevatissime, liberandosi fluida, senza interruzioni, attraverso le grandi, poderose mani, in opere vive e vibranti, ognuna delle quali pare avergli risucchiato l’anima e parlarci direttamente dalla sua immobilità straziante. E’ un uomo che, quando lavora, “sente la materia non solo con le mani, ma con tutto il corpo, ne è ammaliato, vi immerge, vi penetra come in un rapporto d’amore, dimentico di ogni cosa, e ne esce vivificato, stravolto, stupito e quasi scontento, come dopo l’immensa beatitudine di un amplesso che svanisce in un istante”. Rimane tuttavia un’opera, densa, concreta: quasi sempre una figura femminile, quasi sempre una madre, come la Grande Madre (gesso, 1986).
Sono madri fatte di terra, dal corpo grande e forte, possente, il ventre gravido talmente ardente di aprirsi da spaccarsi talvolta, per gridare dalle fenditure la propria voglia sconfinata di dar vita, senza tregua, dissolvendosi anche, inebriandosi di sé, dell’umore vitale che sembra stia per sprizzare dai seni maestosamente turgidi. Si sente veramente la sacralità e il mistero di una nascita, non più individuale, non più da donna, il cui volto infatti è nascosto da un velo, ma dal cuore stesso dell’universo, come un’esplosione vitale. Ed è naturale, per un uomo che aspiri al completamento di sé, la rappresentazione di ogni aspetto complementare attraverso il femminile, quanto vi è cioè di più ricettivo, materno, accogliente, caldo, rassicurante, ricco di fermenti, pieno di vita ma anche di morte, proprio come la terra, da cui si nasce, in cui si torna. Il femminile, dunque, che attrae infinitamente così come infinitamente spaventa, per il suo accattivante e terrifico mistero che avvolge e avviluppa.
Incontrando lo sguardo della Grande Madre che Rizzuti ha realizzato in terracotta (1986), si ha l’impressione di sentire sulla pelle il soffio fresco e umido, di terra e muffa, delle tombe etrusche, è un invito esplicito a “scendere” nei recessi inesplorati che ciascuno di noi sente dentro, ad un viaggio catartico all’interno della terra per rinascere, per ridare un senso alla parola “uomo” così intimamente connessa con “humus”. E il dolce sorriso appena accennato sulle belle labbra della Madonna (legno 1988) che Rizzuti espone a Tindari, ci incoraggia ad affrontarlo, si sente la presenza anche carnale, di una madre pronta ad abbracciare il figlio, a trasfondergli la propria anima insieme al calore del proprio corpo pur di dare energia, di dare vita, di rinnovare. Un’ansia di rinnovamento e di purificazione che si legge nelle sculture, nella vita, negli occhi puliti di quest’uomo che lavora sentendosi un mezzo d’espressione dell’energia vitale che tutto pervade.

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