Un ponte fra gli Dei e il mondo

Le sculture di Salvatore Rizzuti

“…mentre la scultura arranca tra mode e sperimentalismi, e in mode e sperimentalismi si nega e si dissolve, ecco uno che in solitudine, religiosamente la riscopre”. Leonardo Sciascia
In un periodo in cui la “Biennale di Venezia” – con tutte le sue opere ai limiti dell’assurdo – ha avuto un enorme numero di visitatori, il ritorno ad una scultura pulita, plasticamente armoniosa, potrebbe sembrare una nota dissonante rispetto a ciò che propongono i tempi e le mode.
Ma tentare di comprendere il significato di opere che si servono di simboli e di analogie complicate, spesso richiede un’estenuante lavoro mentale da parte del fruitore, che la maggior parte delle volte non riesce a svelarne il valore, celato com’è dalla presenza massiccia di un ostentato bisogno di comunicazione.
E forse, in una società che sembra avere perduto ogni valore, ogni pudore, ed anche la sensibilità, ciò che resta i giovani artisti è proprio questa disperata voglia di comunicare.
Ma comunicare non significa stupire, forse ci sarebbe solo bisogno di una vigorosa presa di coscienza della realtà, per riuscire poi a rappresentarla senza troppe difficoltà. E in un mondo ossessionato da paroloni dal significato incomprensibile, uno dei temi preferiti da Rizzuti è quello dell’ascolto; un messaggio lento e profondo che emerge nella maggior parte delle sue opere, alcune volte apertamente, con una grande orecchio al posto della testa, altre volte sommessamente, con cavità visibilmente vuote ad accogliere suoni e sensazioni, cercare di trovare una dimensione più raccolta, una vita delicatamente interiorizzata.
il tema della dimensione privata di ogni individuo della ricerca di una tranquillità che funga da base per una crescita morale, domina soprattutto su una delle opere più cariche di tensione artistica, “La piramide“, in cui una forma geometrica così antica, con tutti i significati ancestrali che racchiude, diventa contenitore virtuale del “segreto dell’immortalità”.
Di notevole interesse sono anche le sculture che rappresentano delle donne opulente, in atteggiamenti materni che fanno pensare al mito latino della “Venus genetrix”, come a quello mediterraneo della “grande madre terra”, che porta in grembo il significato della vita.
Uno stimolo ad aprire il cuore, e nello stesso tempo una denuncia della crisi dell’individuo in una società attenta solo all’elemento raziocinante e cavilloso che è in noi; una ripresa di forme e di tecniche antiche, rivissute attraverso il filtro della sensibilità di un artista ancora tutto da scoprire.

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