Il festino segna il ritorno di una “religione civile”

Il festino 2012 è stato un successo che sarà ricordato per molti anni. Quale la chiave – forse non a tutti palese – di questa impresa? Da una parte l’uomo post – moderno resta un animale religioso. Ha bisogno di avvertirsi re-ligato, legato – a, qualcuno o qualcosa che dia senso al suo breve esistere terreno. Per secoli questo bisogno di legami è stato soddisfatto dal rapporto (vero o presunto) con la trascendenza (di molti dei o di un solo Dio): ma la secolarizzazione, dettata anche dal rifiuto della società istruita di vedersi strumentalizzare dagli apparati ecclesiastici, ha messo seriamente in crisi questa dimensione “verticale” della religione. Che fare dunque? Arrendersi ad un atomismo individualistico che esalta il privato rispetto al pubblico, ma dimentica che “privato” significa anche esser privo di relazioni con un Tutto di cui sentirsi parte? Oppure, al contrario, fare finta di nulla e riproporre le devozioni di origini medievali con tutti i rischi di feticismo e di idolatria?
Gli ideatori di questa edizione hanno saputo, starei per dire con un colpo di genio, dare una risposta al dilemma. Hanno provato a reinventare una religione civile che, senza essere in polemica o in alternativa con la religione cattolica, possa comunque trovare consensi anche nel mondo del disincanto “laico”. L’icona della Santuzza come un simbolo di femminilità che, evitando la provocazione sessuale e la mercificazione del corpo, non nasconde le sue forme: come sintesi di gradevolezza estetica e di protezione materna. E soprattutto quel mettere sul carro, intorno al carro e sotto il carro, alcuni protagonisti della Palermo migliore, che resiste ai pregiudizi razziali e al dominio mafioso, quasi a indicare nuovi modelli di santità capace di parlare non solo ai frequentatori di templi e sacrestie, ma anche alle donne e agli uomini del servizio umanitario e della donazione altruistica.
L’osservatore partecipe di questo piccolo miracolo non può fare a meno di nutrire una doppia speranza. Che anche in futuro le autorità civili, lungi dall’addormentarsi sugli allori, continuino a stimolare la creatività degli artisti affinché sappiano arricchire di tematiche e personaggi la struttura formale della festa: sarebbe davvero triste se, liberatisi dagli stereotipi del passato, si dovessero trasformare i nuovi simboli in stereotipi retorici. La vita scorre: e ci sono molti modi (non tutti rappresentati in questo festino) di lavorare per rendere vivibile la città.
Un altro auspicio riguarda la chiesa cattolica che è in Palermo. Che possa evitare di vivere trionfalisticamente questo momento, quasi una rivincita del sacro sul profano. Le trecentomila persone presenti a questa edizione non sono trecentomila devoti nel senso canonico, tradizionale, del termine: ognuno di loro ha un proprio modo di interpretare la sua partecipazione e sarebbe bello che tutti i pastori imparassero a rispettare, senza imporre etichette, tale pluralità di sentimenti. Di recente, proprio da Roma, è arrivato con la beatificazione di don Pino Puglisi un segnale interessante: il prete è chiamato a vivere il proprio ministero sintonizzandosi con i bisogni e i progetti della gente. Il credente non è invitato a vivere in maniera straordinaria, a prendere le distanze dai concittadini, bensì a condividerne le sofferenze e il desiderio di riscatto. La chiesa, più che madre è maestra dell’umanità, deve imparare a concepirsi come sorella e compagna: una parte – forse minoritaria – della società, alla quale a portare il proprio contributo di autenticità e di impegno nell’ottica di un bene “comune” che, in quanto tale, non può essere monopolio di nessuno.

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