L’artista dalle buone maniere

Ama l’arte; fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. G. Flaubert

La Presidenza del Consiglio dei Ministri, su sollecitazione dell’onorevole Giuseppe Ruvolo, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, ha commissionato allo scultore caltabellottese Salvatore Rizzuti una statua commemorativa del politico Francesco Crispi.
L’opera voluta dal comune di Ribera e sostenuta dall’iniziativa del dottore Domenico Macaluso, ammirevole custode della memoria di Crispi, sarà inaugurata a Ribera entro la fine dell’anno in un luogo ancora da stabilire. Se qualcuno dei lettori della “Voce”, poi, avesse voglia d’osservare come nasce un’opera d’arte, può in questi giorni recarsi qui a Caltabellotta in via Colonnello Vita, esattamente nei locali dove poco tempo fa sorgeva la “Banca Popolare San Francesco”, e ammirare il nostro rinomato scultore all’apice della sua attività artistica. Concentrato nel suo lavoro, ma disponibile e cortese con chiunque desideri chiarimenti sulla sua ultima creazione, l’artista caltabellottese smentisce quel luogo comune che vuole spesso “la grande arte responsabile di pessime maniere”.
Infatti la semplicità, la pazienza, la chiarezza con la quale Totò accompagna noi curiosi lungo il suo percorso creativo, oltre ad essere esemplari, ci ricordano pure che i grandi maestri, siano essi pittori, scrittori, musicisti, quando sono veramente bravi esprimono i loro concetti con una tale naturalezza da renderli accessibili a tutti. Se invece gli artisti, o presunti tali, valgono poco, la loro insipida arte si perde spesso tra verbosità, espedienti e astrattezze varie.
Detto questo, posso affermare in tutta onestà che il prototipo della statua di Crispi mi è piaciuto molto. Così come mi sembra geniale l’idea di accostare alla scultura del politico riberese quella meno nota di rose Montmasson. Fosse stato affidato l’incarico a un altro scultore non così sensibile come Rizzuti, sono certo si sarebbe limitato a erigere la solita statua raffigurante Crispi in piedi, magari poggiato al bastone, con lo sguardo severo e l’espressione accigliata. Insomma un monumento più scontato, per non dire banale, e ovviamente meno personalizzato, una scultura destinata a non lasciare il segno, mentre l’opera di Totò, al contrario, non passerà inosservata.
A beneficio di chi vive lontano, ora, e chi non ha la possibilità di vedere il lavoro da vicino, proverò a descrivere con parole mie cosa le mani di rizzuti hanno saputo creare, non prima però di avere accennato un breve profilo biografico del nostro artista.
Salvatore Rizzuti è nato a Caltabellotta nel 1949 e qui vi ha trascorso l’infanzia. A nove anni ha interrotto la quarta elementare perché l’azienda di bestiame gestita dal padre e i fratelli necessitava anche del suo aiuto. Negli anni ’60, comunque, pur continuando a lavorare con i familiari, ha avuto l’opportunità di recuperare la licenza elementare e media presentandosi come studente esterno. Dopo aver conseguito il diploma al LiceoArtistico di Palermo nel 1972, si è iscritto sempre nella stessa città al Corso di Scultura dell’Accademia delle Belle Arti ottenendo la licenza nel 1976. Interessante notare che per tutto il periodo degli studi si è mantenuto autonomamente, grazie anche alla realizzazione di sculture in marmo e pietra presso il cimitero di Santo Spirito.
Il quadrienno 1976/1980 si è manifestato come un periodo di intensa produzione artistica, da cui sono scaturiti lavori che gli hanno permesso di realizzare la sua prima mostra di rilievo alla Galleria “La Tavolozza” di Palermo, presentato da Bruno Caruso e Leonardo Sciascia.
Dal dicembre del 1980 il professor Salvatore Rizzuti è titolare della Cattedra di Scultura presso l’Accademia delle Belle Arti di Palermo. Tra le opere fondamentali dell’artista, per comodità di sintesi, vi segnalo soltanto due delle molte create nell’arco di un trentennio, il monumento in bronzo e pietra dedicato alle vittime della mafia di Campobello di Mazzara e un Crocifisso con Madonna in legno nella Chiesa di San Tommaso d’Aquino a Palermo, sorvolando per di più, sulle direzioni artistiche effettuate per conto di diverse istituzioni, e sulle tante rassegne presentate. Facile notare a questo punto, che Totò è un “self made man”, come dicono gli americani, ovvero un uomo che si è fatto da solo, una persona realizzatasi grazie al talento personale, la volontà e il duro lavoro Per come la penso io un tratto personale di cui il maestro Rizzuti può andare fiero non meno della sua valenza artistica. Ciò nondimeno ritorno senza indugi all’ultimo incarico affidato allo scultore, per dirvi che Totò, una volta accettata la commissione, ha iniziato a studiare e approfondire la vita di Francesco Crispi, così da elaborare una sua personale visione che si è po materializzata nell’opera esposta in forma di bozza nei locali di via Colonnello Vita. Stabilito il soggetto, e il da farsi nel suo insieme, Rizzuti ha cominciato a plasmare la creta con le mani, in modo da realizzare in formato ridotto un iniziale modello di quello che poi diventerà l’opera completa.
Dopo, sempre con l’utilizzo della creta, ha eseguito la prima sagoma dell’intera struttura artistica, che è stata sottoposta a diversi processi rappresentati da stampi negativi a perdere, calchi positivi, fino al modello conclusivo in gesso. Non starò a stancarvi, ora, sui particolari di tutto l’iter creativo, ma potete certo immaginare come l’intero processo realizzativo sia un momento particolarmente magico.
Una volta sistemate le rifiniture tipo, le rughe, gli occhi, o particolari ondulazioni e pieghe con l’utilizzo delle mirette (piccole stecche costruite dallo stesso autore con il manico di legno e le punte in sottile filo di ferro), le statue diventano pronte per la fonderia “Vulcano” di Biagio Fragalà in quel di Mazara del Vallo, dove attraverso particolari tecniche saranno sommerse dalla risolutiva colata di bronzo che gli darà l’aspetto definitivo voluto dall’artista. Se adesso osservate con attenzione la foto delle statue scattata da Roberto Miata, vi aggiornerò su alcune indicazioni fornitemi dall’autore stesso, così che possiate meglio comprendere l’opera nel suo insieme e cosa l’artista vuole comunicare esattamente con ogni dettaglio. Intanto vi sussurro subito che la figura femminile scelta da Totò è la vera chiave di lettura dell’opera, perché tramite la sua sagoma riesce a trasmettere concetti ben precisi.
Ricordandovi al proposito, come ha scritto qualcuno, che “I capolavori non sono fatti per sbalordire, sono fatti per persuadere, per convincere, per entrare in noi attraverso i pori”. Soffermiamoci, adesso, per una prima analisi, sulla finezza del volto, con la quale l’artista ci comunica che la Montmasson fu per i canoni dell’epoca una bella donna di cui Crispi s’innamorò quando era esule a Torino.
Secondo qualcuno si conobbero in carcere, dove lei faceva la stiratrice e lavandaia, mentre lui scontava le sue colpe di sovversivo rivoluzionario. La postura della statua, inoltre, con i piedi un po’ divaricato e la gamba piegata in avanti a dimostrare quasi un movimento, è classica delle opere di Rizzuti, si chiama ponderazione, gli scultori greci la hanno adottata da Policleto in poi, e ci segnala che Rose fu donna assai dinamica. La spada nella mano destra, ancora, ci racconta che la Montmasson fu una signora combattiva nel senso pieno del termine.
Pare sia stata, infatti, l’unica donna a partecipare alla spedizione dei mille, dopo averla voluta e preparata insieme al marito. Leggenda vuole che si sia imbarcata alla volta della Sicilia travestita da soldato sul piroscafo ‘Piemonte’ all’insaputa di Crispi, che invece l’aveva invitata ad attenderlo in Liguria. Al contrario, però, la Montmasson prese parte alla storica spedizione, dove pare si distinse in avvenimenti ben precisi, come le cure che prestò ai “picciotti” feriti durante la battaglia di Calatafimi. Episodio, quest’ultimo, che indusse i combattimenti siciliani a chiamarla affettuosamente “Rosalia”, nome che poi a ricordo di quei memorabili giorni mantenne a vita, e che tutt’oggi campeggia sulla sua lapide nel cimitero romano del Verano.
Le pieghe e la forma del vestito plasmate dall’autore, ci indicano ulteriormente la verità accertata, la trasparenza del personaggio, che fu certo un’eroina bistrattata dalla storiografia ufficiale. Rosalia Montmasson fu la seconda moglie di Crispi, la prima era morta ancor giovane. I nostri protagonisti si sposarono a Malta, quanto ancora l’Italia non era unita, e loro peregrinavano da un paese all’altro, sempre tramando, sempre lottando, sempre sperando di liberarsi dall’oppressione straniera, dalla povertà, dal giogo della polizia, “dall’essere stranieri in Patria”. Dopo l’Unità d’Italia, quando la carriera di Crispi volse al meglio, i rapporti tra gli sposi si guastarono, tant’è che il riberese iniziò a passare sempre più tempo lontano da casa. Trovò così il modo di intrecciare una relazione con Lina Barbagallo, che soltanto in seguito diventerà la terza moglie, e da cui ebbe anche una figlia mentre era ancora ufficialmente coniugato con Rosalia. Per farla breve la storia finì in pasto alla stampa, scoppiò un grandissimo scandalo, Crispi fu accusato di bigamia, processato e assolto. La povera Montmasson fu liquidata con qualche bella parola, tanti ringraziamenti, e un po’ di quattrini. Finì nel dimenticatoio, e non si sa con certezza neanche quando sia morta. Ma se è vero che la storia la scrivono i vincitori, e quindi un personaggio può essere glorificato o cancellato dalla memoria e persino dai libri di scuola secondo la fazione politica prevalente, è altrettanto vero che la storia è testimone del tempo, e la clessidra nella mano sinistra della statua in esame, ci dimostra che il tempo è spesso galantuomo, e nel nostro caso foriero di verità e giustizia. Insomma Totò, la luce della verità l’ha trovata nella figura sminuita della Montmasson, in quel bagliore che ci trasmette con la limpidezza della sua arte, e la dittura morale di cui è capace. La statua di Crispi, al contrario, è meno densa di significati. La cura dei particolari, la proporzione delle forme, l’armonia della struttura, l’espressione del volto, la profondità delle rughe, sono è vero ineccepibili e straordinariamente somiglianti alle stampe dell’epoca, ma è certo evidente che il cuore dell’artista batte soltanto per l’umile lavandaia dimenticata. Ha proprio ragione Emile Zola, quando ci ricorda che “un’opera d’arte è un angolo della creazione visto attraverso un temperamento”. Comunque anche se Crispi non è proprio entrato nelle grazie dello scultore, mi corre d’obbligo, prima della conclusione, di tratteggiare alcuni cenni biografici sul politico in questione, così che i lettori della “Voce” possano avere ancora una volta un quadro esauriente dell’opera d’arte. Sarò conciso.
Sembra che Crispi sia nato a Ribera nel 1818, in una casa all’incrocio fra due strade bianche di polvere e sole. Il padre era un commerciante, mentre lui si distinse subito negli studi per diventare secondo alcuni biografi uno dei migliori avvocati del suo tempo. La notorietà, ad ogni modo, arrivò con la politica, arte quest’ultima, che lo portò a diventare insieme a Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele, uno dei protagonisti assoluti del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. La figura del riberese, inutile nasconderlo, fu non poco controversa. Massone, anticlericale, rappresentate della sinistra prima, e dopo monarchico convinto al motto “La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide”. Approvò il codice penale di Zanardelli la libertà di associazionismo, la facoltà di scioperare e l’abolizione della penna di morte. Sostenitore del suffragio universale, ebbe piglio autoritario, che lo portò a sedare nel sangue la rivolta dei contadini siciliani. favorì la politica industriale, si legò ai latifondisti siciliani, e gettò il mezzogiorno in una crisi economica paurosa, anche a causa della guerra dogale che intraprese con la Francia. Qualcuno l’ha definito “giacobino, uomo politico energico, risoluto e fanatico, perché persuaso delle virtù taumaturgiche delle sue idee qualunque esse fossero”. La sua attività amministrativa fu caratterizzata dalla sproporzione tra fatti e parole. Già a dieci anni contestatore, sosteneva che in Sicilia la causa della miseria era la ricchezza amministrata dai preti. Carattere difficile, sospettoso, collerico, insofferente alle critiche, aveva “la virtù massima della celerità, e il massimo difetto nella fretta”. ricoprì la carica di Ministro e Presidente del Consiglio, fu amico di Giuseppe Mazzini, di Bismarch e altri potenti dell’epoca, il suo declino coincise allo scacco subito in Libia con la sconfitta di Adua. L’oblio politico e sociale scese inevitabilmente anche su di lui, morì a Napoli nel 1901, “convinto di essere un centro vivo del paese, l’incarnazione dei suoi principi migliori…… e non avendo un vecchio relegato in un angolo dagli errori, dagli scandali e dall’incalzare degli eventi”. I funerali, al contrario di Rosalia, furono sontuosi, la salma caricata su un carro funebre enorme trainato da otto cavalli scese verso il porto tra due file di carabinieri, seguiti da un plotone dell’esercito, uno della marina, dalle autorità e dai familiari. Il feretro fu trasportato a Palermo con il piroscafo, dove le esequie furono ancora più sontuose che quelle napoletane. Con Crispi si eclissava una parte importante del Risorgimento, un pezzo di storia dell’Unità d’Italia. Dare giudizi storici su di un simile personaggio, in ultimo, non è certo impresa che compete alla “Voce”, o all’opera d’arte innalzata dallo scultore Salvatore Rizzuti, anche perché il suo lavoro è talmente eloquente da permettermi di riportare le parole di un rinomato scrittore francese, “i grandi artisti sono quelli che impongono all’umanità la loro particolare visione”.

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