Palermo rifiuta, Caltabellotta risponde

Che Palermo sia città di frontiera, non ci vuole molto a sentirlo.
E’ uno spazio aperto e sospeso circondato da maglie, come il “tra” di una “trama” che può esprimere tutto e il contrario di tutto: la rete che la imprigiona è la stessa che le dà forma e ne contiene e imbriglia l’ardore prorompente.
Non metropoli ma matrigna, Palermo è costellata di un’immondezza che non è solo materiale; passeggiando qua e là, spazzatura e macerie antiche e recenti saltano subito all’occhio, malamente celate dietro eventi e manifestazioni che ricordano tanto “I vestiti nuovi dell’Imperatore”, la celebre fiaba di  Hans Christian Andersen.
Eppure qualcosa d’altro ovunque serpeggia, invisibile come i fiumi sotterranei o come l’aria che a volte si fa lieve e diffonde il profumo del mare o del gelsomino o di certe speciali prelibatezze che è possibile mangiare solo qui, contrastate anche quelle in un equilibrio agro-dolce o dolce-salato.
Realtà preziose che, come gli atri settecenteschi di certi palazzi, permangono invisibili ma attive nonostante tutto, animate solo da un’antica etica del fare e del credere in quello che si fa, senza l’ansia della produttività o dell’apparire, solo perché è bello, o giusto, o naturale, o, ancora più semplicemente, perché corrisponde a quella che si sente essere la propria “missione”, il proprio “compito”.
A volte queste realtà nascono dalla tenacia di una sola persona, che agisce per tutta la vita lontano da ogni clamore, dalle denunce, dalle manifestazioni, eppure non è per questo meno influente sul tessuto connettivo della socialità, come nel caso di Salvatore Rizzuti, titolare della cattedra di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Palermo dal 1980 e quindi ormai prossimo alla pensione. Generazioni e generazioni di studenti hanno seguito il suo insegnamento e sono state formate a una visione della vita che non può prescindere dal fare: fare per trasformare, come accade plasmando l’argilla, scolpendo il legno, la pietra, il marmo, o utilizzando materiali come gesso e resina; fare per esprimere il proprio pensiero, il proprio sentire; fare per mettersi in gioco, perché se puoi dar forma a un pensiero o a una pietra, allo stesso modo puoi dar forma alla realtà, anche se per riuscirci devi essere tenaceumile ma indomabiledisciplinatoattentoinstancabile. Devi avere le idee chiare e non lasciarti scoraggiare da nulla e continuare a lavorare nonostante tutto, anche senza un vero e proprio riconoscimento pubblico, perché non è quello che conta; il vero riconoscimento arriva “da dentro”, quando sai che stai facendo quello che è giusto che tu faccia; e quando comprendi che, per poterlo fare, devi avere la pazienza di costruire, dentro e fuori di te, gli strumenti perché questo accada: proprio come, nella Scuola di Scultura, s’imparano a costruire le stecche.
Lontano dalle luci della ribalta anche quando sono accese su di lui, Rizzuti esprime la stessa forza della goccia che scava la pietra, che non appare a chi guarda superficialmente e solo per un istante, come in questo nostro tempo accade ai più; e riesce, forse per questa sua forza, ad andare oltre quella pesantezza melmosa che sembra misconoscere, impedire e negare, a Palermo, quelle iniziative che possono mettere in moto le energie sommerse e disperse, aprire ai giovani nuovi orizzonti e spazi e possibilità di lavoro concreti.
Rifiutata, “per mancanza di fondi”, dall’amministrazione comunale la sua proposta di mettersi al servizio gratuitamente, dopo il pensionamento, dei giovani che volessero imparare la tecnica dell’intaglio del legno e della pietra – mestiere ormai scomparso che pure, in una città ricca di Liberty, andrebbe recuperato; in cambio Rizzuti chiedeva uno spazio espositivo permanente per una parte delle proprie opere, che fosse nello stesso tempo laboratorio di scultura aperto alla città. Umile ma indomabile come invita a essere i propri allievi, dopo un iniziale disappunto, Rizzuti decide di donare le opere al Museo Civico del proprio paese natale, Caltabellotta, che risponde con riconoscenza. E così il 22 marzo prossimo l’intero piano nobile del Museo Civico, restaurato di recente, accoglierà trentatré  opere – complessivamente sessanta pezzi scultorei – in terracotta, legno, gesso; non lontano dal Museo c’è, nella casa caltabellottese dell’artista, un ampio laboratorio, dove forse lui potrà realizzare, privatamente, quello che a Palermo sognava di fare pubblicamente.
Ma Palermo, si sa, è città di frontiera, dove invece di restaurare il centro storico si alzano muri intorno alle macerie.

da Domodama

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